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Francesca Santucci
APOLLO E DAFNE DI GIAN LORENZO BERNINI
(Antologia AA., VV., "Poetesse e scrittrici d'Italia", Scritti d'arte, Tomarchio Editore 2025)
Oh, quanto poco profitto ho fatto io nell'arte della scultura in un sì lungo corso di anni, mentre io conosco che da fanciullo maneggiavo il marmo in questo modo. (Gian Lorenzo Bernini)
Apollo, dopo aver ucciso Pitone, il mostruoso serpente, figlio di Gea, che con le sue spire cingeva sei volte la città di Delfi, dove contendeva il possesso dell’oracolo al dio, incontrò Amore intento nella costruzione del suo arco. Insuperbito per l'impresa compiuta, si beffò del dio alato, suggerendogli di abbandonare il tiro con l'arco, disciplina più adatta a se stesso, infallibile cacciatore. Che cosa vuoi fare, fanciullo smorfioso, con armi così grosse?...Accontentati di fomentare con la tua fiaccola qualche amoruccio, e non competere con le mie prodezze! (Ovidio, Metamorfosi, Libro I, “Apollo e Dafne”). Allora Amore, in risposta, estrasse dalla faretra due frecce di opposto potere: contro Dafne, figlia del dio fluviale Peneo, lanciò una delle sue frecce di piombo, che provocavano il rifiuto d'amore in chi ne veniva trafitto; contro, Apollo, invece, scagliò una freccia dorata, dalla punta aguzza e splendente, che suscitava il sentimento amoroso in chi ne era colpito. Innamoratosi, così, della ninfa, Apollo cominciò a seguirla incessantemente. Ma ormai il giovane dio non ha più la pazienza di perdersi in lusinghe e come lo spinge a fare appunto l'amore, si mette a incalzarla da presso. Come quando un cane di Gallia scorge una lepre in un campo aperto, e scattano, uno per ghermire, l'altra per salvarsi, quello sembra già addosso, e già è quasi convinto di aver preso e tallona col muso proteso, quella non sa se è già presa e sfugge ai morsi all'ultimo istante, distanziando la bocca che la sfiora: cosi il dio e la fanciulla, lui veloce per bramosia, lei per paura. L'inseguitore però, aiutato dalle ali dell'amore, corre di più e non dà tregua ed è alle spalle della fuggitiva, ansimandole sui capelli sparsi sul collo. Allora Dafne invocò l’aiuto del padre, che accolse la sua preghiera e, quando il dio stava quasi per raggiungerla, la trasformò in alloro. Stremata essa alla fine impallidita dalla fatica di quella corsa disperata, rivolta alle acque del fiume Peneo: «Aiutami, padre,— dice. - Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la quale sono troppo piaciuta!». Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima cosi veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza. Apollo, disperato, decise che, non potendo mai avere Dafne come sposa, avrebbe avuto l’alloro come pianta a lui sacra. Anche cosi Febo la ama, e poggiata la mano sul tronco sente il petto trepidare ancora sotto la corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno, ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: «Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. Tu sarai con i condottieri latini quando liete voci intoneranno il canto del trionfo e il Campidoglio vedrà lunghi cortei. Tu starai pure, fedelissimo custode, ai lati della porta della dimora di Augusto, a guardia della corona di foglie di quercia. E come il mio capo è sempre giovanile, con la chioma intonsa, anche tu porta sempre, senza mai perderlo, l’ornamento delle fronde!” Qui Febo tacque. L’alloro annuì con i rami appena formati, e agitò la cima, quasi assentisse col capo.
Così, nelle “Metamorfosi” di Ovidio, il racconto del mito di Apollo e Dafne, che molto amarono gli artisti di ogni epoca rappresentare, perché veniva interpretato come vittoria della castità sull’amore sensuale, non raramente ambientando l’episodio nel proprio tempo, ritraendo frequentemente la ninfa in fuga con le braccia alzate, mentre si stanno trasformando nei rami della pianta, o mentre invoca il padre Peneo, oppure Apollo, talvolta con la corona d'alloro sul capo, che la insegue o l'afferra. Anche Gian Lorenzo Bernini si misurò con l’interpretazione dell’antica favola, traducendo in marmo in maniera talmente superba la triste storia narrata da Ovidio, massima auctoritas nella narrazione del mito, grazie all’ininterrotta fama goduta nei secoli dalle sue “Metamorfosi” (repertorio mitologico obbligato punto di riferimento sia per la poesia che per le arti figurative), da consegnare ai posteri una delle opere più emozionanti dell'arte occidentale, celebrato come uno dei capolavori della scultura di ogni tempo.
Decantata al tempo dell’autore come un
miracolo dell'arte, ammirata senza
retorica dallo stesso Bernini che,
quarant'anni dopo, rivedendo la sua
opera, così ebbe ad esclamare Oh,
quanto poco profitto ho fatto io
nell'arte della scultura in un sì lungo
corso di anni, mentre io conosco che da
fanciullo maneggiavo il marmo in questo
modo, questa composizione traduce
davvero in ricchezza di fantasia la
favola pagana, in un traforo di pieni e
vuoti, luci ed ombre, linee e pieghe. Senza farsi troppi scrupoli per il suo stato ecclesiastico, chiese espressamente al Bernini di raffigurare un altro tentativo di stupro; il Maestro accettò, ed iniziò subito la lavorazione, interrompendola nell'estate del 1623 per terminare il “David”, ma riprese il lavoro nell'aprile del 1624 e, giovandosi dell'aiuto di uno dei suoi migliori allievi, Giuliano Finelli, lo portò a termine nell'autunno del 1625. La scultura fu, poi, sistemata su un piedistallo, su cui furono incisi due versi latini composti da Matteo Barberini, chiunque insegue il piacere di una forma fugace, resta con un pugno di foglie in mano, o al massimo coglie de le bacche amare, monito moraleggiante per poter giustificare la presenza di un’opera tanto sensuale nella dimora di un cardinale, e collocata nella stanza che la ospita ancora oggi, al pianterreno di Villa Borghese, privilegiando, come dimostrano anche alcune incisioni antiche, il punto di vista pensato da Bernini, cioè il lato destro.
Della favola narrata da Ovidio, di come
Apollo, folle d'amore per Dafne a causa
della freccia lanciatagli da Cupido,
insegua la ninfa, e di come, all'ultimo
momento, il suo desiderio di verginità
sia difeso dalla rapida metamorfosi in
albero, il Bernini scelse di
rappresentare il momento finale, quello
in cui il dio riesce a raggiungerla e a
cingerne il fianco, ma proprio allora,
in crudele difesa del suo voto,
avviene la trasformazione. Dafne, toccata dalla trepida mano di Apollo, intanto che avviene la metamorfosi (i piedi che si mutano in radici, il corpo che sta per convertirsi in corteccia) lancia un urlo che non è già più umano, forse perché s’avvede che la sua corsa è alla fine, esaudito il suo ardente desiderio di castità, o forse perché già si accorge dei rami che le spuntano dalle dita, del tronco che le avvolge il bellissimo corpo.
C’è tutto in quella rappresentazione
marmorea: l'ansia della fuga, il
languore della carezza di Apollo che sta
per afferrarla, l'orrore per la
metamorfosi, un lampo di vita nel
tentativo di liberarsi dalla
trasformazione in vegetale, intanto che
già vanno trasformandosi in fronde
d'alloro le braccia e i morbidi capelli.
BIBLIOGRAFIA L. Impelluso, Eroi e dei dell’antichità, parte I, Electa, 2004, Roma. Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, 1979, Torino. T. Montanari, Grandi scultori- G. Bernini, Gruppo Editoriale l’Espresso, 2004, Roma. G. C. Argan, Storia dell’arte italiana, Sansoni, vol. III, 1968, Firenze.
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