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Compie proprio
quest’anno cinquant’anni il film "Totò, Peppino e la
malafemmina", un piccolo capolavoro di comicità nel quale Totò,
affiancato dall’ottimo Peppino De Filippo, giganteggia come sempre,
dispiegando la sua esilarante comicità che, a dispetto degli anni, e del
giudizio negativo dei critici del suo tempo, continua ancora oggi ad
avvincere.
Questo film mi è sempre apparso come un film sulle distanze: la distanza
geografica e la distanza sociale, economica e culturale, tra il Nord e il
Sud dell’Italia. Sembra impensabile ai giorni nostri, quando le distanze
tra un luogo e l’altro d’Italia, un luogo e l’altro del mondo, tra
pochi anni anche tra un pianeta e l’altro, sono annullate e non esistono
impedimenti per gli spostamenti, oggi in cui più nessun luogo è lontano,
che allora, cinquant’anni fa, uno spostamento potesse creare problemi,
di ordine fisico, pratico e mentale.
Me lo ricordo bene, quand’ero bambina, come per un napoletano, ma credo
poi per un meridionale in generale, sembrasse infinito lo spazio
geografico che
separava da Milano, dalla Lombardia e, in generale, da tutto il Nord,
tanto che per il nostro Totò aver fatto per tre anni il militare a Cuneo
significa essere, per estensione, conoscitore del mondo, e per designare
un luogo lontanissimo spesso nei suoi film incorre nell'affermazione
solenne "in Alto Adige". E ricordo anche come fosse sentita
distante la lingua italiana (parlata in pochi, dai ricchi e dai
settentrionali, mentre i poveri e i meridionali parlavano il dialetto, ci ha
poi pensato la televisione a diffonderla in tutta l’Italia), lingua
"altra", imposta, di contro all’autenticità della lingua
"materna", cioè il dialetto, e come fosse più accentuato il
divario economico e sociale tra Nord e Sud, essendo ancora lontani il boom
economico che avrebbe portato un po’ di benessere in generale in tutto
il nostro paese, ed il consumismo che avrebbe condotto ad una certa
uniformità ed omologazione di gusti e consumi.
E così nel film spostarsi per andare a Milano, nella città tentacolare,
probabilmente luogo ove imperano il vizio e la dissolutezza (vedi le
"donne d’alto bordo", come la malafemmina) per andarsi a
riprendere il nipote che ha smarrito la retta via, significa far saltare
tutte le coordinate geografiche, culturali, sociali e linguistiche del
povero Totò, tanto che, prima di partire, insieme a Peppino si lascia un
po’ istruire, mettere "aggiorno" come recita una sua battuta,
dall’esperto Mezacapa che a Milano c’è stato e può mettere in
guardia che lì il traffico è enorme, il clima è rigido, c’è acqua,
vento, bufere e nebbia, molta nebbia, tanto che, quando c’è la nebbia,
a Milano non si vede; affermazione, quest’ultima, che più di ogni altra
mette Totò sull’allarme, anche se poi subito si rassicura pensando che,
per incontrare qualcuno, a Milano basti mettere il nome sul manifesto.
Milano è lontana, fa un freddo insopportabile, come in Russia (e,
infatti, la musica che accompagna l’ingresso di Totò, il fratello e la
sorella, ricorda quella folkloristica russa) perciò bisogna vestirsi da
siberiani. Milano è terra straniera, abitudini ed usi diversi, perciò è
preferibile portare con sé vino, olio, pane, salame, prosciutti,
salsicce, caciotta, due galline (che poi è anche un modo per continuare a
sentirsi agganciati al proprio paese e protetti dalle tradizioni
alimentari, ma è anche indice di chiusura mentale, da
"paesano", perché il cibo straniero non è buono quanto quello
di casa propria). Milano non è il proprio paese, non è nemmeno Italia, e
dunque bisogna esprimersi in un altro modo, in un plurilinguismo che è a
metà tra il francese e il tedesco, come quello usato per chiedere
informazioni in piazza del Duomo, erroneamente ritenuta piazza della
Scala, al vigile scambiato per generale austriaco, ma, avendo avuto un
amico prigioniero in Germania, Totò non si scoraggia e chiede: Noio
volevons savoir l’indiriss…ja?.
E quando poi è proprio impossibile servirsi della parola parlata si usa
il linguaggio scritto, classico dei classici nella comicità, ma
espediente letterario ben noto al teatro e alla letteratura fin dalle
origini: la lettera. Nella lettera, però, bisogna scrivere bene, e dunque
non viene tralasciata alcuna regola, nel pieno rispetto dell’ortografia
e delle regole sintattiche, seppure reinterpretate, sovrabbondando e
manipolando, mescolando e confondendo congiunzioni, aggettivi
qualificativi, segni d’interpunzione, singolari e plurali, utilizzando
il latino, l’italiano e il vernacolo napoletano, appunto, alla maniera
di Totò, che si produce in una composizione a dir poco esilarante, alla
quale si rifecero anche Troisi e Benigni nel film "Non ci resta che
piangere".
…perché voi vi consoliate del dispiacere che avreta (non avrete,
perché la destinataria è femmina), perché (è aggettivo qualificativo)
il giovinotto è studente che studia (trionfo dell’ovvietà, ma è
sempre bene precisare, se non studiasse non sarebbe studente) e si deve
prendere una Laura (la laurea) …e che si deve tenere la testa al solito
posto, e cioè sul collo. Punto e punto e virgola" (abondantis in
adbondantum, ma sì, facciamo vedere che abbondiamo).
Totò supera benissimo il senso di disagio e spaesamento procurato dall’approdo
a Milano e dall’impatto con l’italiano, che è costretto ad usare con
chi non è del suo paese, oscillando di continuo tra lingue classiche,
romanze e dialetti, maneggiando con disinvoltura e districandosi tra
grammatica, sintassi, ortografia e semantica, da uomo di mondo
"poliglotta" quale, appunto, è.
Curiosamente, poi, Totò che tanto sente la distanza tra lingua e dialetto,
non può che emettere un rassicurante sospiro di sollievo quando si rende
conto che il vigile del film parla italiano; in fondo tutto il mondo è
paese e Milano è come il suo paese, solo più grande, allora Piazza della
"Scala" dev’essere la piazza principale, e, quindi, non resta
che aspettare, tanto la "malafemmina" di lì dovrà passare.
Totò, che cinematograficamente bisticciò tanto con la lingua italiana,
nella realtà poi fu un fine parlatore, dall’italiano impeccabile, e
solo in poesia espresse le sue passioni nella bella lingua del Golfo.
Francesca Santucci (20.3.01)
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