O beato san Pasquale,
mandatemi un marito,
bello, rosso, colorito,
come voi tale e quale,
o beato san Pasquale! 1
Giorgione di Resina, l'odierna Ercolano, non è il nome di un artista
rinascimentale o di un illustre esponente di una scuola pittorica
dell'Ottocento napoletano, autore di una di quelle belle vedute del golfo
di Napoli con il pino marittimo in primo piano ed il Vesuvio col
pennacchio che si staglia sullo sfondo del cielo turchino, bensì quello di
un simpatico acquaiuolo, nato a Napoli ma con un chiosco di bibite presso
gli scogli del Granatiello, nella vicina Portici, alle falde d’’a
muntagna .2
Giorgione era una persona veramente gentile ed affabile, con lineamenti
vagamente arabi, testimonianza del miscuglio di cromosomi dovuto
all'incontro dei partenopei con quei popoli stranieri in un lontano
passato.
Alto, bruno, con un volto già di natura tendente al marroncino e poi
dorato dall'eterna abbronzatura per la quotidiana esposizione al sole, con
una cascata di capelli ricci e neri, dalla cintola in giù era snello, con
le cosce e le gambe secche secche, dalla cintola in su un po' più pieno,
con lo stomaco che sopravanzava la cintura dei pantaloni.
Nel suo piccolo chiosco, tra i limoni d'oro e le arance succose, tra i
colorati sciroppi di menta e d'orzata, tra i tamarindi ed i latti di
mandorle, le fresche acque di mummere3 ed i lunghi bicchieri
allineati, sporgendosi appena, invitava i passanti lanciando il suo bel
grido:
-Ue', ue', chi mme vo?-4
E quelli chiedevano:
- Acquaiuò, l'acqua è fresca?-5
E lui rispondeva:
- Manco ‘a neve!-6
Dovete sapere che Giorgione era una vera signora, nel senso che, pur
essendo stato concepito e partorito maschio, vuoi perché era orfano di
padre e gli era mancato il riferimento maschile, vuoi perché era cresciuto
con la madre e sette sorelle, vuoi perché da giovane aveva fatto il
parrucchiere e, quindi, per tanti anni era stato a contatto
prevalentemente con le donne, vuoi perché l'inclinazione l'aveva dentro
fin dalla nascita, a quarantatre anni si era scoperto femmina e aveva
deciso di vivere la sua condizione in piena libertà, alla luce del sole,
senza nascondersi come facevano tanti che picchiavano pure le loro donne
per far vedere agli occhi del mondo che erano dei veri maschi e poi,
invece, di nascosto frequentavano altri uomini.
La fortuna aveva voluto che vivesse tra gente semplice e senza pregiudizi,
che aveva accettato di buon grado la sua diversità e che addirittura,
quando Giorgione aveva un nuovo fidanzato, s'incaricava di organizzare per
lui la festa di fidanzamento ed anche lo sposalizio e, poiché lui
cambiava spesso fidanzato, era già stato sposato numerose volte. Comunque
la cerimonia7 veniva sempre preparata con molta cura.
Alcuni amici che vendevano i panni vecchi al mercato di via Pugliano8
s'incaricavano di reperire l'abito, rigorosamente bianco, i guanti e il
cappellino per la sposa e lo smoking per lo sposo di turno.
Il vecchio Michele, detto 'o nonno per via dell'età, ma con una salute
ottima, uno spirito da ventenne ed un insolito senso dell'umorismo per un
uomo di ottant'anni, s’improvvisava officiante del rito, di domenica
mattina, alla presenza di un nutrito gruppo di parenti ed amici, davanti
ad una chiesa sconsacrata, con indosso un abito nero ed una tuba d'altri
tempi ben calcata sulla testa canuta (abbigliamento alquanto insolito per
uno che faceva le veci di un prete, ma che gli stava tanto bene e lo
ringiovaniva pure).
Terminata la cerimonia diciamo così …religiosa, celebrata non senza
ammiccamenti, risatine, sonore risate e battute piccanti ed ammiccanti
allusive al sesso della coppia, salivano tutti su un autobus noleggiato
per l'occasione e, in allegra euforia, si dirigevano al ristorante di un
amico, quasi in cima alla vetta fatal9, come chiamò il
Vesuvio il grande poeta recanatese.
Qui, accolti dalle grida dei bambini del posto “Songhe arrivate 'e
femmenelli!”10, si dava inizio al pranzo nuziale che era solo
un pretesto per fare una bella ubriacatura generale con vino di qualsiasi
marca purché rigorosamente partenopeo.
E allora tra Falerno e Gragnano, Aglianico e Solopaca, Asprino e Greco di
tufo, tra una libagione e l'altra, si festeggiavano pure gli sposi.
E le teste giravano e giravano, e tutti i convitati erano allegri e si
divertivano, e Giorgione era felice nel suo vestito d'altri tempi di
candido merletto un po’ ingiallito, con accanto il nuovo sposo al quale
giurava eterno amore in piena sincerità, perché lui all'Amore ci credeva
e sperava davvero che durasse tutta la vita.
Purtroppo non durava mai!
Passati i fumi dell'alcool, consumata l'avventura, lo sposo di turno si
dileguava e Giorgione si ritrovava nuovamente solo perché, bisogna dirlo,
in amore non era fortunato, per questo i suoi matrimoni duravano lo spazio
di una notte.
L’ indomani riprendeva il suo posto dentro al chiosco di bibite, con la
solita allegria, ed anche con un po' di malinconia; in attesa di una
nuova avventura, che fosse magari l’Avventura definitiva, lanciava ancora
il suo grido di battaglia che altro non era che una richiesta d'amore:
- Ué, ué, chi mme vo? -
Francesca Santucci
1) antifona intonata
anticamente dalle zitelle, per nove sere di seguito, a San Pasquale
protettore delle ragazze da marito. (Matilde Serao, Il ventre di Napoli).
2) il Vesuvio.
3) anfore di terracotta
contenenti acque delle antiche fonti del Chiatamone.
4) chi mi vuole?
5) acquaiuolo, l'acqua è
fresca?
6) nemmeno la neve è
così fresca.
7) il matrimonio.
8) strada che dal corso
Resina raggiunge Piazza Pugliano, lungo la quale si tiene un mercatino che
nacque nel dopoguerra come mercatino di indumenti usati, di “stracci”,
ma dove oggi si vendono capi di abbigliamento nuovo a prezzo contenuto.
9) Giacomo Leopardi,
La ginestra, vv.44-45.
10) si allude all’antica
usanza del matrimonio dei femmenelli praticata per celia a Napoli,
da sempre tollerante verso gli omosessuali. Una volta l’anno si recano in
pellegrinaggio al Santuario di Montevergine per omaggiare la Madonna, la
cosiddetta Mamma Schiavona, da loro scelta come protettrice. Anche la
chiesa si mostra tollerante verso la colorita brigata che, dopo aver
pregato nel Santuario, festeggia.
