recensione alla silloge poetica di

Franco Santamaria

 

Echi ad incastro

edizioni joker

 

Ut pictura poesis: la poesia è come un quadro. Il famoso motto derivante dall’oraziana “Ars poetica” è comunemente usato perché leggi simili hanno le due arti, eppure per il poeta latino diverso era il significato, volendo  indicare che anche tra le poesie, come tra i quadri, alcune s’intuiscono subito, altre hanno bisogno di essere osservate con occhio critico, altre devono essere guardate da vicino, altre hanno bisogno di essere riguardate, altre ancora necessitano di penombra.
Ma non fu solo Orazio ad accostare poesia e pittura, prima di lui già Aristotele e Simonide le avevano poste in relazione, segno evidente che gli antichi ne avevano compreso da subito lo stretto legame, intuendo anche la necessità che molti artisti hanno di esprimersi in entrambi i campi, rivelandosi talvolta troppo positiva la parola per esprimere l’inesprimibile, necessitando talvolta la pittura di dissolvenza dal materico.
E fortunato può dirsi l’essere umano che riesce ad esprimersi nei più diversi campi artistici, fortunato colui che riesce contemporaneamente a dispiegarsi nella poesia e nell’arte.
Fortunato è, pertanto, Franco Santamaria,  poeta con all’attivo già numerosi riconoscimenti che, ad un certo momento della sua vita, ha sentito pressante l’urgenza interiore di esprimersi anche attraverso la pittura, ricevendo consensi favorevoli pure in quest’altra sua attività.
Artista versatile, dunque, continua a mantenere  ben vive le sue due anime, quella di poeta e quella di pittore, con/fondendole  fra loro, senza che l’una prevarichi l’altra, sicché sempre leggendo i suoi componimenti forte è l’impressione che la sua poesia sia pittorica, e contemplando un suo quadro pura poesia appaiono i colori, le forme, le luci e le ombre, ma in qualunque campo si esprima le sue produzioni sono comunque pretesti per dar voce alla Poesia.
Ciò si riconferma anche nell’ultima sua silloge poetica, “Echi ad incastro”, pubblicata con l’editrice Joker, germinata attraverso un percorso di vita ed interiore ricco di fermenti e sollecitazioni, in cui nostalgia, solitudine, pena e stanchezza del vivere, memoria e ricordo, sono le direttrici fondamentali attraverso le quali si snoda il suo canto, alimentato da una fervida fantasia e sostenuto da un linguaggio piano ma denso di valenze simboliche e fortemente pittorico: non a caso si ricordava che  Santamaria è anche pittore.
Le vent se léve…Il faut tenter de vivre! Recita così l’epigrafe introduttiva alla raccolta, un verso del componimento di Paul Valéry “Il cimitero marino”, in cui si alternano, in ricchezza di metafore, luci ed ombre, grida e silenzi, immobilità e vitalismo, in una libera sequenza d’immagini  esplicativa delle sue ferme convinzioni secondo le quali:
Non c’è vero senso in un testo. Non autorità dell’autore…Una volta pubblicato, un testo è come un apparecchio di cui ciascuno può servirsi.
Se consideriamo che nei versi di Santamaria similmente si alternano luci ed ombre, abbandoni e slanci, accordando emozioni e riflessioni  guidati dalla percezione dall’inarrestabile fluire del tempo (Quando la mia voce/-se pure- /giungerà a te/ oltrepassando i confini del grigiore, /sarà forse troppo tardi /per arrestare/ la maratona del tempo già all’arrivo...) che reca disincanto e solitudine (Le mie speranze/sono sogni dimenticati/come il fuoco spento/delle caverne e dei camini deserti), della memoria e della pena del vivere (Andiamo lungo un fiume/ in piena) e che ciascuno può ben rispecchiarvisi, ben si comprende come appaia non casuale la scelta del verso valeriano che esorta a vivere consapevoli dell’impegno che tale gravoso compito richieda.
Chi ama scrivere, soprattutto un poeta che veicola emozioni, è consapevole di quanto preziose e rare siano le parole (perciò l’Autore assegna loro il compito più nobile, quello di essere mezzo e non fine), espressione delle più autentiche ed intime emozioni (timori, dubbi, incertezze, esitazioni) che divengono, però, anche specchio delle altrui emozioni (Amo e canto/l’uomo di ogni giorno/che/ su un carro sacrificale/le prime/gemme d’aurora/spinge verso gli avamposti solari/per vincere la paura), e ciò è ben asserito proprio dall’autore, che offre la chiave di lettura dei suoi versi in uno degli spunti di riflessione che corredano la raccolta:
Un pittore, un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo che ha solo del fantastico e dell’invenzione…Parlo del fantastico e dell’invenzione che distraggono dalla riflessione sulla vera condizione umana e della natura, che è aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, spesso disperazione e annullamento…
Già il titolo della silloge è illuminante sulla tematica meditativa che sottintende le sue composizioni:  “Echi ad incastro”.
Cos’è l’eco? La riflessione del suono. Cos’è l’incastro? Il collegamento fra le cose, fra gli eventi. Cos’è la parola del poeta? L’eco risonante delle sue emozioni, l’incastro fra le personali emozioni e quelle degli altri di cui si elegge partecipe portavoce.
Ed allora,  coerente con le sue concezioni,  secondo le quali l’artista non può astrarsi in un mondo illusorio o fantastico ma, anche se faticoso è il cammino quotidiano, ha il “dovere” di affrontarlo e di farsi interprete e consolatore dei moti dell’animo umano (noi/che solo inventiamo parole/che consolino /ad ogni foglia che/cade), Santamaria, pur veicolandone le personali angosce, ansie,  tristezze, nostalgie, turbamenti, áncora i suoi versi alla realtà e dilata le riflessioni personali fino ad investire meditazioni cosmiche sulla condizione umana incerta, breve, fragile, provvisoria, precaria, come la speranza (le mie speranze/ sono sogni dimenticati/come il fuoco spento/delle caverne e dei camini deserti), come i sogni ( se ne andarono presto i sogni/ viaggianti in sacchi di barba bianca /e su scope uscite dalla cenere), come l’amore, rosa che si apre ad aurora nuova,  troppo presto sfiorita  ( abbiamo vissuto un destino/breve/ di cometa/ il buio ha diviso le nostre orme), come la vita (il sangue del tempo che non si ferma).
L’eco, al di là dell’ovvio significato di riflessione d’un suono, ha qui valenza fortemente simbolica, quello di grido doloroso dell’animo del poeta che, stanco del vivere (reggo/ su stanche braccia, in alto/ ansia di bimba/ tra acque di torrente limacciose), impossibilitato alla conoscenza della verità e all’elaborazione di nuove progettualità esistenziali, perché netta ha la consapevolezza del tempo che sfuma (sarà forse troppo tardi/per arrestare/la maratona del tempo già all'arrivo), ripete la sua sofferenza interiore, il suo immenso dolore, appunto l’eco che s’incastra nella precedente eco dilatandola all’infinito.
Nel componimento conclusivo della raccolta di Franco Santamaria diviene, allora, ossessiva come un ritornello l’alternata ripetizione di due versi drammatici: c’è la notte dal buio  totalec’è la notte dal nero totale. Ma il poeta non sarà consegnato all’oblio (si cade/ sull’ultimo respiro del mattino) perché, come insegnò Orazio, le creazioni poetiche sono opere più durature del bronzo e vivono in eterno (Exegi monumentum aere perennius… Non omnis moriar… Orazio, Odi Asclepiadee, III, 30).
Saranno allora proprio i suoi versi, insieme alla  pittura, che in lui sempre procedono insieme, a strapparlo al buio totale della notte e a consegnarlo, nell’interezza delle emozioni, all’infinita luce dell’immortalità.

Francesca Santucci

 (agosto2004)

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