|
|
Ingiuriato dalla furia omicida, con il volto tumefatto per i colpi
ricevuti, l’orecchio sinistro strappato via, quello destro tagliato a
metà, sul corpo i segni visibili dei pneumatici di quella’auto che
barbaramente ci era ripassata sopra più volte: aveva 53 anni Pier Paolo
Pasolini quando, come stabilì la magistratura con frettoloso e lacunoso
processo, morì assassinato per mano di un "ragazzo di vita",
Giuseppe Pelosi.
Una volta aveva scritto:
Attratto da una vita proletaria…è per me religione la sua allegria, non
la millenaria sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza…
Affascinato dal vitalismo dei sottoproletari romani, dalla carica umana
che, pur immersa nell’abbrutimento, i suburbi conservavano, da quella
Roma marginale che aveva scoperto nella lunga frequentazione del popolo di
periferia, Pasolini non mancò di denunciarne lo squallore, lasciandoci,
in "Ragazzi di vita", romanzo del ’55, un ritratto fedele dell’epoca.
In chiave naturalistica, che spesso induce a pensare al realismo
ottocentesco e a Verga, attraverso la vita di un gruppo di ragazzi dei
suburbi, il loro vagabondaggio, gli atti di teppismo, la noia e le
avventure minime, indagò sulla diversità sociale dei quartieri poveri di
Roma, visti come luogo primordiale, quasi stato di natura, in qualche modo
puro ed incontaminato come il mondo friulano contadino nel quale affondava
le sue radici.
Contrariamente ad "Una vita violenta", dove l’attenzione di Pasolini è
concentrata sul personaggio di Tommaso, eroe positivo che prende
coscienza, qui è protagonista la varia eppure simile umanità dei
borgatari.
Dormì alla chiarina, tenesse la cica, annasse
a ripone a Caracalla, me prenne er mammatrone: così
si esprimevano quei ragazzi, con una parlata a metà tra il dialetto e il
gergo della malavita, e si chiamavano Riccetto, Rocco, Alvaro, Alduccio,
in fondo interscambiabili fra loro, accomunati tutti dallo stesso destino
dal quale si salverà solo Riccetto scegliendo d’integrarsi nella
società dei consumi attraverso il lavoro.
L’amore di Pasolini per il mondo descritto non lo allontanò mai dalla
lucida visione della tragedia insita nel destino dei borgatari che, pur
aderendo ai nuovi valori della società, esplosi col boom economico,
soggiogati dal fascino del denaro e dei beni di consumo, ne restavano
esclusi e subalterni.
Quando questo romanzo fu pubblicato Pasolini subì un processo per
oscenità, troppo crudo era apparso l’argomento trattato , sottolineato
anche dal punto vista linguistico dalla coloritura dialettale; Moravia,
invece, lo definì il romanzo che con scandalo e forza di denuncia
rivelò la realtà "diversa" del sottoproletariato romano".
Nonostante le contraddizioni che possono essere rilevate, vale la pena
rileggerlo perché voce " diversa" nel panorama letterario di
quegli anni di un autore scomodo, che pagò di persona l’adesione a quel
mondo di cui era stato appassionato interprete.
classici
|
|