Il postino

di Michael Radford

 

 

Riflessivo, crepuscolare, popolare e pulcinellesco, triste ed ironico, spesso paragonato ad Eduardo del quale era stato considerato l’erede, legato alla tradizione della commedia napoletana ma con una maschera improntata alla moderna napoletanità, in rivolta contro i modi di dire e fare quotidiani lesivi più della morte stessa (era riuscito persino a svecchiare il cliché del meridionale emigrante e vittima), in continua ridiscussione di tutto e di tutto, Massimo Troisi aveva saputo dare un volto al disagio; esplose cinematograficamente nel 1981 con Ricomincio da tre, si congedò nel 1994 con Il postino, girato tra Salina, Procida e Cinecittà, insieme al regista inglese Michael Radford.
Era da tempo che volevo scrivere sul film Il postino, ma rimandavo sempre per una sorta di pudore e di rispetto verso Massimo Troisi, perché questo film rappresenta il suo testamento spirituale, il suo congedo, forse presagito, dalla vita, ma non si può parlarne senza accennare anche alla sua morte, poiché le due cose sono estremamente legate, dal momento che riversò tutte le sue ultime energie in questo film nel quale aveva tanto creduto, affaticandosi a tal punto che, per molte riprese, fu necessario ricorrere ad una controfigura, e che forse non ha ricevuto il meritato riconoscimento che gli sarebbe stato dovuto, a partire dall’Oscar mancato al mancato riconoscimento unanime dei critici.
Ricordo bene il giorno in cui morì: era il 4 giugno, un sabato pomeriggio. A sera il giornalista Mannoni al tg 3 esordì con voce sconsolata dicendo che stava per dare una di quelle notizie che mai avrebbe voluto dare: la morte di Massimo.
Per il riserbo che lo contrassegnava erano in pochi a conoscere la fragilità del suo cuore, dell’intervento già sostenuto a Houston e della nuova operazione che l’attendeva a Londra, perciò fu un vero e proprio choc la notizia della sua morte. Ricordo anche che Rai 2, prima di dare la notizia, mandò in onda, in apertura di telegiornale, cinque minuti di Scusate il ritardo, con in sovrimpressione la scritta "ci mancherai", e l’indomani quasi tutti i giornali riportarono come titolo quello del suo film più popolare: Non ci resta che piangere.
Io credo che quel giorno tutti i suoi coetanei, ma in particolare tutti i napoletani, quelli che avevano vissuto le contraddizioni dei cambiamenti sociali dopo il ’68, che si erano sempre sentiti in sospensione tra il nuovo incombente e le vecchie tradizioni popolari, quelli che mescolavano all’antico idioma partenopeo il vezzo linguistico del "cioè", quelli che naturalmente, per eredità cromosomica, avevano nel sangue la vocazione alla teatralità ma rifiutavano gli eccessi della sceneggiata, quelli che volevano viaggiare per conoscere il mondo perché un napoletano, un meridionale in generale, non deve necessariamente essere un emigrante se si sposta, quelli che respiravano aria di liberazione e poi continuavano ad essere pudichi ed impacciati nell’esprimere i propri sentimenti, quelli che proclamavano la loro napoletanità ma si dimostravano critici verso il popolo partenopeo, si siano sentiti defraudati, privati di qualcuno che li rispecchiava e ne esprimeva gli stessi disagi. Perdere Massimo è stato come perdere un fratello, un caro amico.
Quando aveva letto il libro " Il postino di Neruda", dello scrittore cileno Antonio Skàrmeta, Massimo si era subito entusiasmato ed aveva pensato di farne un film: Voglio raccontare questa storia, c’è un personaggio che assomiglia a me.
Nell’imminenza del nuovo intervento di cuore, che prevedeva il trapianto, al quale si sarebbe dovuto sottoporre, aveva chiesto consiglio ai medici, che gli avevano risposto di girare il film in tranquillità, perché l’impegno lavorativo, dosando, ovviamente, le energie, non avrebbe potuto che giovargli distraendolo dall’assillo del pensiero del suo cuore malato, e allora Massimo aveva deciso: chistu film ‘o voglio fà c’ ‘o core mio.
E così, costantemente seguito da un’équipe medica, sostenuto da tutta la troupe, confortato dagli amici, dai parenti e dalla fidanzata Nathalie Caldonazzo, girando non più di tre ore al giorno, sostituito in alcune scene da una controfigura, aveva affrontato l’avventura, ma dopo ogni ripresa appariva sempre più stanco e stremato, fino al tragico epilogo avvenuto subito dopo la fine delle riprese.
Il film si discosta in molti punti dal libro: il postino del libro di Skarmeta è un umile giovane di 17 anni , convertito alla poesia e alla politica dal grande amico Pablo Neruda, e la storia della sua amicizia col poeta si svolge in un’isola cilena tra il ’69 e il ’73, con lo sfondo di eventi storici rilevanti come la vittoria elettorale di Salvatore Allende. Nel film di Troisi , invece, il postino, Mario Ruoppolo, ha molti più anni, è un inetto ultratrentenne che diventa postino, sfuggendo al lavoro di pescatore, quando l’arrivo del poeta nell’isola gliene offre l’occasione; l’azione si svolge negli anni ’50 in Italia, a Salina, mentre il vero esilio di Neruda fu a Capri, e Mario muore ucciso in uno scontro con la polizia.
Il film è incentrato sulla poesia che Mario scopre nel quotidiano contatto col poeta (interpretato dall’ottimo Philippe Noiret), poesia che assimilerà, e che a sua volta restituirà a Neruda quando questi sarà tornato in Cile, registrandogli i suoni dell’isola, come il rumore del mare e quello delle reti tristi dei pescatori, il suono del vento che soffia tra i cespugli e quello delle assordanti campane del paese, persino il battito del cuore del bambino, il piccolo Pablo, atteso da Beatrice (l’attrice allora esordiente Maria Grazia Cucinotta), la donna che Mario ama, divenuta sua moglie, e che ha conquistato anche con l’aiuto dei versi del poeta, spacciati per suoi.
Nel finale, con un salto temporale, è Beatrice, vedova, che racconta al poeta ritornato sull’isola che Mario, che aveva abbracciato la causa comunista, chiamato sul palco per recitare una poesia di Pablo Neruda, era stato travolto da una carica della polizia.
Il film, commovente per la storia e per il retroscena della vicenda personale di Massimo, esaltato dal leit-motiv della musica stupenda di Bakalov, il tango, definito " un pensiero triste che si balla", è qualcosa di più di una trasposizione cinematografica di un libro e di una buona regia, è una vera e propria lezione d’arte, di poesia e di vita, sottolineata continuamente dalla mimica virtuosa ed intensa di Massimo il cui volto, scavato dalla sofferenza della malattia, veramente era diventato sempre più somigliante a quello del grande Eduardo.
Resta il rammarico per la morte precoce di qualcuno che era qualcosa di più di un attore e di un regista, e vedere o rivedere Il postino, soprattutto in considerazione dei retroscena e della tragica fine di Massimo, avvenuta il giorno dopo il termine delle riprese, non può che commuovere e turbare gli animi più sensibili che, però, potranno nel contempo trovare consolazione godendo della poesia del film, della bellezza dei luoghi in cui fu girato, del fascino dei versi del grande poeta e dell’ultima intensa prova recitativa di Massimo.

Francesca Santucci (27.3.2001)