Vi sono diverse ragioni che m'hanno indotto
a collocare a mo' d'epigrafe il celebre
incipit catulliano a queste mie righe di
presentazione dell'ultima "fatica" poetica di
Francesca Santucci: un libellus,
appunto, un libriccino (il "mio libriccino" di
Montale), novus (e non solo nella
datazione, perché contiene materiale molto
recente, ma anche nella forma e nei contenuti
rispetto ad altre produzioni dell'Autrice) e
lepidus, "amabile", per usare la
traduzione di Quasimodo. Amabile sia per
quanto attiene alla partecipazione di chi
lègge - mia in particolare - ed amabile perché
parla d'amore - o dovremmo meglio dire dell'
"Amore" - in diverse forme e sotto svariati
aspetti. E qui è un'altra delle ragioni del
ricorso a Catullo: le due anime del suo libro,
le nugae e i carmina docta, le
ritroviamo, mutatis mutandis, ne
L'ultimo viaggio di Francesca Santucci,
dove le prime saranno i componimenti brevi,
quelli che hanno la natura come quadro di
riferimento (gli animali, le piante, la notte,
la spiaggia, il temporale ...) e le seconde,
invece, le poesie classiche, le grandi
passioni (Fedra ed Ippolito, Orfeo ed
Euridice, Amore e Psiche, Ulisse e Parthenope
...) e i miti (le Moirai, le Menadi, Ade e
Persefone ...). Chi scrive è filologo romanzo
di formazione, traduttore di professione e
fruitore d'elezione di poesie. Se il filologo
esamina il testo scritto - anche quello
poetico - indipendentemente dalle sue valenze
estetiche ed artistiche, se il traduttore
traduce su incarico "qualsiasi" genere di
testo, il fruitore di poesie può, per sua
fortuna, scegliere ciò che vuole lèggere in
funzione delle sue preferenze, delle sue
curiosità, dei suoi interessi. Il mio
interesse è soprattutto classico, le mie
preferenze sono per l'armonia, la musicalità
delle parole; nella manifestazione artistica
"l'abito fa il monaco", o meglio, "non si dà
monaco senz'abito", intendendo con questo dire
che, per interessarmi al contenuto, devo
essere attratto dalla forma. E vediamola,
allora, la forma di queste liriche. Se il
versificare è moderno, "franco dai rudi
vincoli del metro e della forma", per usare
parole d'Arrigo Boito - che non rifugge
dall'asindeto (ché già lanceolati/dorati
tralci avviticchiati/ossigeno annaspanti
infioravano; cupo precipizio/persi la
rotta mi smarrii vagai/fluttuai nel sonno.
Indi albeggiò/netti i contorni, nitide le
sagome/illuminò/ delineò il chiarore,/) -
l'ornatus è classico, con un uso
sapiente delle figure: l'omoteleuto
(canarino/paglierino,
lanceolati/dorati tralci/avviticchiati);
la climax (L’inattesa bufera s’abbatté,
sradicò,/schiantò, svelse, divelse, seminò/la
distruzione; mi smarrii vagai/fluttuai
nel sonno); la paronomasia (contro il
plumbeo cielo il vólto vòlto;
more/amore; le more non amare con
omografo che amare); la dittologia (brama
ed agogna; la notte che più non rabbuia/e non
annotta; attonito ristette/e sbalordì; battimi
e percuotimi,/sferzami e scudisciami); il
chiasmo (Chiede colore al sole, alla luna
calore chiede); l'anafora (e allora
m'ameresti,/sì, allora m'ameresti;
t’involeresti ancóra /e ancóra… ancóra… ancóra…).
E potrei continuare ma, così facendo, non
renderei giustizia all'Autrice, che so curare
la forma ma prediligere il contenuto, il
messaggio universale affidato ai versi, nel
caso di questa silloge il potere d'Amore,
travestito con la metafora del viaggio, un
viaggio finale, l'ultimo, ma anche un viaggio
continuo, un continuo alternarsi tra un
anelito di libertà
Spiccherei il volo di là da ponente,
un giorno di tempesta, rivolta verso oriente.
Forse lo troverei quel roseo varco
che congiunge al tramonto luce ed ombra,
quel raro frammento di luminosa luna
che abbaglia ed inargenta la tenebra notturna.
e il bisogno del giogo
Non subirò - mi dissi - l’amore
amaro più non subirò, ma poi
ancóra ai lacci i polsi, alla catena
il collo, docile e volontaria
volentieri offersi. E consenziente
schiava mi scoprii dolce avvinta
fra viluppi e legacci.
nel dubbio cosmico della sorte che accomuna
uomini e animali: si pensi al cardellino in
grata angusta costretto (e qui Francesca è
debitrice del suo grande conterraneo Salvatore
Di Giacomo) e alla formica persa
nell’abisso dell’ordito, altrove/insignificatamente
predisposto, un ordito di cui l'Autrice
invoca la recisione
.... Oh tu
che lo stame della vita intessi,
tu che la giusta sorte assegni, tu
che l’ordito disfi, abbiate di me pietà,
implacabili il filo recidete!
Ma l'amore di Francesca Santucci è sempre e
solo "Amore"? Spesso sembrerebbe essere
semplicemente "amore", un amore terreno, anche
se idealizzato
Docile mi lascerei
sorprendere dalle carezze,
in lotta con le tue labbra
vinta m’arrenderei ...
e allora m'ameresti,
sì, allora m'ameresti,
e fonte, sempre e
comunque, di sofferenza
ma poi, come l’ ape che sugge
il nettare alla rosa,
t’involeresti ancora
e ancóra ... ancóra ... ancóra …
senza speranza
Mi sfinisce il giorno e m'offendono
gli squarci lame taglienti della luce,
e buio eterno che ferisce
è l'ora, da
trascorrere lenta.
In narcotica
agonia la lunga notte
attendo e
poi sopporto, e subisco
l'indomani.
Al risveglio l'identica
disperazione
precedente: ancora
mi sorprende l'amore/dolore
senza lieto fine.
Continuerei, così, a lungo, con la
pedanteria del filologo e l'entusiasmo del
fruitore di versi, ma so di non poter abusare
dell'ospitalità accordatami e mi piace
concludere questo breve intervento, definendo
"sintesi sublime" di classicismo e modernità i
componimenti che seguono.
Piergiorgio Cavallini, ottobre 2002