Francesca Santucci

Il pianeta delle

 scimmie

di Tim Burton

 

Nel mondo del cinema sono frequenti i rifacimenti di pellicole, magari di cult movie, talvolta effettuati dagli stessi registi dell’originale, che hanno avuto grande successo, forse proprio nel tentativo di ripetere i successi di vendita, ma quasi mai i remake bissano il successo dell’originale. Questa volta tocca al mitico  Il pianeta delle scimmie di Schaffner, del 1968, interpretato da Charlton Heston, diretto, però, da un nuovo regista, Tim Burton.
La vicenda è ambientata nell’anno domini 2029: Leo Davidson, l’attore Mark Wahlberg, astronauta americano, si catapulta a bordo di una navicella fuori dalla stazione spaziale in cui orbita, per recuperare la scimmietta che sta addestrando a diventare pilota per missioni pericolose, quando una tempesta magnetica lo trasporta nell’orbita di uno strano pianeta verde.
Dopo un atterraggio di fortuna viene a trovarsi subito a contatto di un mondo primordiale, brutale e violento, dominato dai primati che schiavizzano gli uomini.
Davidson si unisce ad un gruppo di esseri umani ancora in libertà che, inseguiti da minacciosi scimmioni a cavallo, guidati dal gorilla Attar, per nulla devoto al generale Thade, uno scimpanzé pazzo e malvagio, fuggono terrorizzati e, in poco tempo,  si trova nella Città delle Scimmie, ed è qui che inizia l’avventura che finirà per portarlo a diventare il capo della rivolta degli umani contro le scimmie.
Attar considera Davidson una minaccia e vorrebbe sbarazzarsene, ma Ari, la scimpanzé di cui è innamorato (Helena Bonham Carter), una creatura indipendente che crede nella pacifica convivenza delle specie, finirà per unirsi a Davidson, insieme al mercante di schiavi umani Limbo, interpretato da Paul Giamatti.
Girato con 300 scimmie tra Los Angeles, le Hawaii, l’Arizona e la Valle delle Morte in California, con formidabile impiego di effetti speciali e del trucco che consente agli attori che interpretano le scimmie una gamma infinita di sfumature espressive, il film, più fedele al libro da cui è tratto che all’edizione cinematografica originale, offre una visione inquietante, cupa, crudele e bizzarra, dove il mondo è rappresentato al contrario, perché lì sono le scimmie a comandare e gli uomini sono ridotti in schiavitù.
L’ipotesi che sottende il film può apparire curiosa, cioè la messa in discussione del primato umano sugli animali ed un possibile capovolgimento dei ruoli, ma non improbabile, dal momento che, ciò che già si sapeva, ma proprio in questi giorni è stato nuovamente avvalorato da recentissimi studi e pubblicazioni in materia, il legame di parentela fra uomo e scimpanzé (addirittura abbiamo in comune il 99 per cento dei geni con lo scimpanzé, ma siamo parenti anche degli orango, dei gorilla e dei bonobo che, con l’uomo, hanno in comune anche la posizione eretta) è fortissimo; le scimmie, come gli uomini, sono capaci di sentimento, elaborano cultura, comunicano attraverso il linguaggio, cacciano, stabiliscono lotte politiche per la supremazia e il potere, hanno una vita sessuale, una morale e persino autocoscienza.
C’è già naturalmente, oltre a chi vorrebbe giustamente abolite le sperimentazioni mediche su questi esseri così simili agli umani che pure torturiamo, una corrente di pensiero, il Progetto Grande Scimmia, che propone di considerare questi animali come persone.
Sarà interessante vedere il remake del film, che ripresenta anche in un piccolissimo ruolo Charlton Heston, protagonista della pellicola originale, irriconoscibile dietro la maschera scimmiesca, non tanto per vedere come si differenzi dal precedente o per divertirsi all’inversione dei ruoli, ma, proprio alla luce dei recenti studi, per riflettere su un’ipotetica regressione e sopraffazione degli uomini da esseri che potrebbero davvero rivelarsi più abili e capaci degli homo sapiens, sperando, se ciò dovesse accadere, che non ne ereditino anche la propensione alla violenza e alla distruzione,  degli altri esseri e dell’intero pianeta.

Francesca Santucci (3.9.2001)