|
Oltre alle creature
marine già in precedenza celebrate, tra i
pesci che ricorrono nell'impagabile parodia
gastronomica taluni altri meritano speciale
attenzione.
È il caso innanzi tutto, se non altro per la
loro non frequente comparsa, dei ricci di mare
(già qui incontrati nella favolosa ricetta
oraziana sulla murena) (1). A stare alle
antiche testimonianze, numerose sono le
proprietà e dunque le possibilità di
utilizzo di tali echinodermi. Tanto per
esemplificare, le applicazioni in medicina
sono attestate vuoi da Ippocrate (cui si rifà
Galeno) per la terapia dei disturbi
femminili o di altre afflizioni: «Alcuni
mangiano i ricci di mare sia nel vino mielato
sia nella salsa di pesce, prima di pranzo, per
purgare il ventre» (488. 9) vuoi da Plinio
nella preziosa Storia naturale: «I
ricci di mare pestati con le loro spine e
bevuti nel vino guariscono dai calcoli» (32.
9); «I ricci di mare pestati ancor vivi e
bevuti nel vino dolce arrestano i flussi»; «La
cenere del guscio dei ricci di mare cura le
piaghe» (32. 10) (2).
Per quanto attiene invece ai loro
comportamenti o caratteristiche in genere,
alcune indicazioni provengono ancora da
Plinio: «Raccontano che essi presagiscano la
furia del mare e che l'attendano afferrati
dei sassolini bloccando con il peso la
propria mobilità; non vogliono che
l'ondeggiamento consumi, sfregando, gli
aculei. E quando i marinai vedono ciò, subito
ormeggiano le imbarcazioni a più ancore» (nat.
9. 31); «I ricci di mare che si aggrappano (scil.
agli scogli) o si zavorrano con la sabbia sono
segni di tempesta» (18. 87). Del tutto
analogo, a dire di Claudio Eliano, il
procedere di seppie e calamari: «Le seppie e i
calamari mangiano servendosi di due
proboscidi: non è infatti sbagliato chiamarle
"proboscidi", dal momento che il loro uso e la
loro forma giustificano tale nome (3). Quando
il mare è agitato dalla tempesta e dai
cavalloni, questi animali si avvinghiano
saldamente alle rocce con queste protuberanza,
come se fossero ancore, e rimangono
inamovibili e protetti contro le onde; se poi
subentra la bonaccia, si staccano dagli scogli
e tornano a nuotare liberamente, dopo aver
appreso una lezione tutt'altro che
disprezzabile, cioè il modo di sfuggire a una
tempesta e salvarsi dai pericoli» (4).
Ma c'è dell'altro. Infatti così testimonia
Claudio Eliano, che annovera i ricci tra i
«testacei» (11. 37) comprendenti altresì
ostriche, porpore, buccini, strombi e palinuri:
«Il flusso delle onde fa rotolare lontano
dalle loro tane i ricci e, sospingendoli verso
la terraferma, li scaglia con grande violenza
fuori del mare. Poiché essi temono questa
evenienza, quando si accorgono che le onde
schiumeggiano e stanno per diventare più alte
e più gonfie, raccolgono coi loro aculei delle
pietruzze, tutte quelle che possono portare, e
se ne servono come zavorra che rende più
difficile il rotolamento e così non subiscono
i guai di cui hanno paura» (7. 33); «Se una
persona fa a pezzi dei ricci ancora vivi
dentro il loro guscio e che protendono gli
aculei, e poi li abbandona dopo averne gettato
qua e là per il mare i frammenti, questi di
nuovo si uniscono e si riattaccano,
riconoscendo quelli di loro appartenenza;
quando si sono così ricomposti, riprendono a
crescere tutti assieme. Questa capacità di
ritornare interi come prima è veramente una
straordinaria peculiarità della loro natura»
(9. 47); «Il riccio marino è un rimedio
efficace per lo stomaco; è di aiuto a coloro
che soffrono da tempo di disappetenza e
provano ripugnanza per ogni genere di cibo; è
anche un diuretico, secondo quanto dicono
coloro che se ne intendono. Se poi lo
spalmiamo sul corpo di un malato di scabbia,
il riccio di mare lo guarisce dalla malattia.
Se viene bruciato con le sue stesse valve, le
ceneri possono purificare le piaghe venute e
suppurazione» (14. 4)
|