LetiziaLanza

 

 

 

 

 

Ludi, ghiribizzi e varie golosità,

 Venezia, Supernova 2005 

 

Pesci, focacce, vino...
Le pratiche alimentari dell'antica Grecità nelle spassose testimonianze dei poeti comico-parodici.
E non solo.

Oltre alle creature marine già in precedenza celebrate, tra i pesci che ricorrono nell'impagabile parodia gastronomica taluni altri meritano speciale attenzione.
È il caso innanzi tutto, se non altro per la loro non frequente comparsa, dei ricci di mare (già qui incontrati nella favolosa ricetta oraziana sulla murena) (1). A stare alle antiche testimonianze, numerose sono le proprietà ­ e dunque le possibilità di utilizzo ­ di tali echinodermi. Tanto per esemplificare, le applicazioni in medicina sono attestate vuoi da Ippocrate (cui si rifà Galeno) ­ per la terapia dei disturbi femminili o di altre afflizioni: «Alcuni mangiano i ricci di mare sia nel vino mielato sia nella salsa di pesce, prima di pranzo, per purgare il ventre» (488. 9) ­ vuoi da Plinio nella preziosa Storia naturale: «I ricci di mare pestati con le loro spine e bevuti nel vino guariscono dai calcoli» (32. 9); «I ricci di mare pestati ancor vivi e bevuti nel vino dolce arrestano i flussi»; «La cenere del guscio dei ricci di mare cura le piaghe» (32. 10) (2).
Per quanto attiene invece ai loro comportamenti o caratteristiche in genere, alcune indicazioni provengono ancora da Plinio: «Raccontano che essi presagiscano la furia del mare e che l'attendano ­ afferrati dei sassolini ­ bloccando con il peso la propria mobilità; non vogliono che l'ondeggiamento consumi, sfregando, gli aculei. E quando i marinai vedono ciò, subito ormeggiano le imbarcazioni a più ancore» (nat. 9. 31); «I ricci di mare che si aggrappano (scil. agli scogli) o si zavorrano con la sabbia sono segni di tempesta» (18. 87). Del tutto analogo, a dire di Claudio Eliano, il procedere di seppie e calamari: «Le seppie e i calamari mangiano servendosi di due proboscidi: non è infatti sbagliato chiamarle "proboscidi", dal momento che il loro uso e la loro forma giustificano tale nome (3). Quando il mare è agitato dalla tempesta e dai cavalloni, questi animali si avvinghiano saldamente alle rocce con queste protuberanza, come se fossero ancore, e rimangono inamovibili e protetti contro le onde; se poi subentra la bonaccia, si staccano dagli scogli e tornano a nuotare liberamente, dopo aver appreso una lezione tutt'altro che disprezzabile, cioè il modo di sfuggire a una tempesta e salvarsi dai pericoli» (4).
Ma c'è dell'altro. Infatti così testimonia Claudio Eliano, che annovera i ricci tra i «testacei» (11. 37) ­ comprendenti altresì ostriche, porpore, buccini, strombi e palinuri: «Il flusso delle onde fa rotolare lontano dalle loro tane i ricci e, sospingendoli verso la terraferma, li scaglia con grande violenza fuori del mare. Poiché essi temono questa evenienza, quando si accorgono che le onde schiumeggiano e stanno per diventare più alte e più gonfie, raccolgono coi loro aculei delle pietruzze, tutte quelle che possono portare, e se ne servono come zavorra che rende più difficile il rotolamento e così non subiscono i guai di cui hanno paura» (7. 33);  «Se una persona fa a pezzi dei ricci ancora vivi dentro il loro guscio e che protendono gli aculei, e poi li abbandona dopo averne gettato qua e là per il mare i frammenti, questi di nuovo si uniscono e si riattaccano, riconoscendo quelli di loro appartenenza; quando si sono così ricomposti, riprendono a crescere tutti assieme. Questa capacità di ritornare interi come prima è veramente una straordinaria peculiarità della loro natura» (9. 47); «Il riccio marino è un rimedio efficace per lo stomaco; è di aiuto a coloro che soffrono da tempo di disappetenza e provano ripugnanza per ogni genere di cibo; è anche un diuretico, secondo quanto dicono coloro che se ne intendono. Se poi lo spalmiamo sul corpo di un malato di scabbia, il riccio di mare lo guarisce dalla malattia. Se viene bruciato con le sue stesse valve, le ceneri possono purificare le piaghe venute e suppurazione» (14. 4)

 

(estratto dal libro)