Francesca Santucci

La mummia: il ritorno

 

Nel cinema dell’orrore, per la gioia di psicoanalisti e psicologi, che considerano l’elaborazione dei mostri immaginari come creature sgorganti dal nostro essere profondo, c’un grande archetipo: il cadavere che cammina, il non vivo e il non morto, colui che sfida i secoli e ritorna portando con sé il fascino perverso della vita eterna: la mummia.
Principale credenza degli antichi Egizi era l’immortalità dell’anima, perciò tombe, piramidi e mastabe venivano costruite per ospitare l’anima del defunto. Con la parola “Ka” si indicava il soffio divino, il corpo spirituale, il “Ba” era, invece, l’anima propria di ogni uomo. Dopo la morte corporale il Ba avvolgeva la mummia e diventava il suo Ka, ovvero il suo doppio; Ka e Ba si univano tra loro per formare uno spirito solo.
Questa la credenza di cui l’immaginario degli uomini (specie nell’Inghilterra vittoriana dov’ era una vera e propria ossessione e si arrivava al punto di sbendare le mummie per vedere come fossero fatte), di scienziati desiderosi di conoscere cosa sopravviva alla morte studiandone il Dna ed eseguendo Tac, ma in fondo anche speranzosi di poter riportare in vita le mummie, di scrittori e registi, si è appropriata trasfigurandola, da immortalità dell’anima a immortalità del corpo, fino a rendere possibile il ritorno alla vita reale, per scopi non sempre leciti, del cadavere mummificato.
Il primo successo hollywoodiano della serie fu The mummy, del 1932, di Karl Freund, in cui il sacerdote egizio Im-Ho-Tep, riportato in vita dalla lettura casuale di un papiro, era interpretato da un magistrale Boris Karloff, sapientemente truccato da Jack Pierce, già creatore del look di Frankenstein, e le cui movenze lente nelle bende millenarie davano l’esatta impressione di un corpo che, da un momento all’altro, avrebbe potuto sbriciolarsi. Da allora si sono susseguiti numerosi remake del film, fino all’ultimo, La mummia il ritorno, del quale è già pure pronto il seguito.
Ambientato nel 1935, dieci anni dopo gli accadimenti del primo film La mummia ne svolge il seguito.
Rick O’Connell e Evelyn, l’avventuriero e l’archeologa, si sono sposati e si sono stabiliti a Londra insieme al figlio di otto anni, Alex. Nella sezione egizia del British Museum, in seguito ad una serie di eventi, si risveglia per la seconda volta lo stregone mummificato Imothep, che comincia ad aggirarsi sulla terra e a terrorizzare il mondo determinato a raggiungere l’immortalità, e che tenta di rapire Alex per sacrificarlo alla dea Iside. Nel frattempo, dal suo sogno millenario, si è risvegliata anche un’altra forza oscura ancora più potente di Imothep, generata dai rituali occulti dell’antico Egitto, Scorpion King, guerriero colpito dalla maledizione del dio Anubi, pronto a reincarnarsi in un mostro metà uomo e metà scorpione che, capitanando un esercito di mostri, vuole conquistare il mondo.
Inevitabile sarà lo scontro fra le due forze malefiche che terranno sospesi ad un filo i destini del mondo, costringendo la coppia a cercare il figlio rapito e a salvare il mondo prima che le forze del male prendano il sopravvento.
Il film si snoda, avvincente per chi ama i film del genere, fra truculenze, effetti speciali e innovative animazioni che non mancano di stupire e affascinare, ma, naturalmente, al di là dell’ottima regia e degli effetti speciali ormai sempre più perfetti, ciò che maggiormente attrae è la leggenda della maledizione che ruota intorno alle mummie, che porterebbero morti e distruzioni, e l’idea della loro immortalità, della sopravvivenza del corpo alla decomposizione oltre il tempo e lo spazio, suggestioni alimentate dal bisogno dell’uomo di lanciare lo sguardo oltre il visibile verso l’invisibile, cercando di capire l’aldilà e di carpire il segreto della vita eterna.
Anche i nostri tempi, come l’età vittoriana, non sono immuni dal fascino della mummia e dal desiderio di scoprire cosa si celi dietro il grande mistero della morte che, però, nonostante i progressi scientifici, l’ingegneria genetica e la clonazione, tale resta, e contro cui nulla può nemmeno la scienza.

Francesca Santucci (18.5.2001)