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La
contessa di Castiglione
(1837-1899)

La contessa di Castiglione
...come quella Contessa
Castiglione/ bellissima di
cui si favoleggia...(Guido Gozzano)
Immortalata anche nei versi, oltre
che sulla tela e in ritratti pittorici e fotografici da svariati
artisti dell'epoca,
continuamente riproposta ai nostri tempi in films e sceneggiati, Virginia Oldoini, contessa
di Castiglione, la "divina Castiglione", "l'amica dei re", considerata la
donna più bella
del suo secolo, fu affascinante, intelligente, colta e scaltra, abile nella diplomazia
e negli affari, e si servì del suo
fascino non solo per i personali scopi seduttivi, ma anche per influire sulla
politica del tempo.
Sono nata alla Spezia, mi sono sposata alla Spezia e
voglio essere sepolta alla Spezia mia ingrata, ingiusta amata
città, così scriveva la contessa ma, in realtà, Virginia
Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria era nata a Firenze il
23 marzo 1837, figlia del nobile marchese spezzino Filippo Oldoini e della
fiorentina Isabella Lamporecchi. La Spezia, dove visse ma non fu
sepolta, nonostante lo desiderasse, fu la città che molto amò e alla quale
sempre pensò come al borgo natio, attratta con
nostalgia dal
Golfo dei Poeti, da lei romanticamente ribattezzato "Golfo di
Ariel".
Virginia, soprannominata "Nicchia" da Massimo
D'Azeglio, divenne la contessa di Castiglione sposando giovanissima il
conte Francesco Verasis di Castiglione, che non amava, al quale fu
ripetutamente infedele e dal quale poi si separò.
Alta, bionda, di figura armoniosa e snella, una statua di carne, come la definì non senza invidia la principessa di
Metternich, con gli occhi cangianti tra l'azzurro e il verde, il nasino
all'insù, aveva anche belli mani e piedi, tanto che molti artisti li
ritrassero separatamente dal corpo, di sé diceva: Io
sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io
valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona dato il
mio carattere fiero, franco e libero, che mi fa essere talvolta cruda e
dura. Così qualcuno mi detesta; ma ciò non m'importa. Non ci tengo a
piacere a tutti". Passionale, consapevole del suo fascino,
altera e superba, sprezzante verso le altre donne,
amante della libertà e insofferente alla disciplina, animata da
irrefrenabile ambizione mondana, Virginia era anche convinta di essere predestinata
ad un destino superiore, di poter passare alla Storia aiutando il Paese.
Fu Cavour, il suo "brutto cugino", l'unico uomo che,
pur subendone il fascino, non cedette alle sue seduzioni, ad
inviarla a Parigi, con l'approvazione del re Vittorio Emanuele II,
affinché, con l'adulazione e la seduzione, influenzasse favorevolmente
verso l'Italia Napoleone III e lo spingesse all'alleanza
franco-piemontese.
E fu così che, fra intrighi amorosi e maneggi politici, destreggiandosi
fra la diplomazia e l'alcova, divenne una delle poche donne in grado di svolgere, seppur con
mezzi discutibili, una funzione politica, esercitando un
ruolo importante nella formazione dell'unità d'Italia, e schierandosi a favore della
Francia invasa dai prussiani, contribuendo a scrivere un'importante pagina della storia del
Risorgimento.
Dopo aver brillato e scintillato tra gioielli preziosi e
toilette da favola, tra balli ed amanti, dopo aver conosciuto i fasti, i
piaceri e i trionfi della mondanità, finì i suoi giorni come una
romantica eroina: ignorata, in solitudine, disperata, quasi folle,
piena di rancori ed inconsolabile per il fascino perduto.
Chiese di essere sepolta alla Spezia, senza funzione religiosa e senza
fiori, senza informare i giornali e le autorità, con una camicia da notte
leggera e preziosa, quella che stava tutta nel pugno di una mano, che aveva
indossato la notte trascorsa con Napoleone III a Compiègne, con al collo una collana
di perle e ai polsi due braccialetti che tanto aveva cari, sotto il capo
il cuscino di velluto ricamato dal figlio Giorgio quand'era bambino, e di
avere ai suoi piedi, nella bara, i due cagnolini imbalsamati.
Morì nel 1899 a Parigi; niente di quanto chiese
ottenne, né dalla Francia, che aveva aiutato, né dall'Italia che,
nonostante i mezzi discutibili, aveva contribuito a creare.
Nessuno dei suoi estremi desideri fu esaudito: ebbe
una regolare funzione religiosa, ai suoi funerali parteciparono i camerieri, un duca e un
agente di cambio, fu privata della compagnia dei suoi cani, persino del cuscino
del figlio, morto da tempo, che pure in tutta la vita non aveva molto amato e seguito ma del quale, in un tardivo sussulto d'istinto materno, si era
ricordata, e non indossò né la famosa camicia della notte di Compiègne
né i
suoi gioielli, prontamente sottratti dagli eredi d'accordo con l'avvocato
compiacente.
Subito dopo la sua morte la polizia, le autorità e i servizi segreti
sabaudi frugarono tra le sue carte e bruciarono tutte le lettere e i documenti
a lei inviati dalle massime personalità del tempo con le quali era
entrata in contatto, re, politici, papi e banchieri, come Napoleone III,
Bismarck, Cavour, Pio IX, Rothscild, forse per cancellare
documenti compromettenti o per negare che l'Italia le era debitrice
perché
l'Unità era
stata conseguita anche attraverso le sue modalità non troppo lecite, ma era
stato proprio il capo del governo, Cavour,quando l'aveva spedita a Parigi
da Napoleone III, a dire a Virginia: "Usate tutti i mezzi che vi
pare, ma riuscite".
La contessa di Castiglione non ebbe nemmeno la tomba in Italia, non fu sepolta
alla Spezia, ma nel cimitero di Père Lachaise, dove
ancora oggi riposa.
Un poeta anonimo le dedicò
questi versi:
Ah la contessa riposa
su un letto di fiori e di
trine,
colei che fu Aspasia e fu
Frine,
giglio, anemone e rosa
sogna gli amanti imperiali
i balli le corti gli omaggi
côtillons feste equipaggi
gli amici dai nomi immortali.
Voleva essere insieme
imperatrice e regina
or la bellezza si incrina
e il tenero cuore ne geme.
Tutto è perduto: gli specchi
coperti. Non vuole vedere
mutate le chiome sue nere
in grigio di spenti cernecchi.
E piange, ogni lacrima splende
come una perla sul viso;
Napoleone conquiso
dal gran ritratto discende
e dice: "Contessa, voi siete
tra le più belle la bella
sempre". Un sorriso cancella
allora le pene segrete.
E' un attimo solo. La Morte
distende il suo negro mantello
e il viso che fu così bello
conosce l'oltraggio più forte.
Francesca Santucci

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