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E’ difficile parlare del dolore autentico in tempi in cui sembra non
avere più valore ed essere diventato esclusivamente merce in vendita,
esposta dall’eterna lacrimosa e mielosa fascinatrice televisiva, o dalla
giovane presentatrice di turno che dalla maestra ben ha appreso la
lezione, sotto l’alibi della "partecipazione emotiva al dolore
altrui", in realtà per fare spettacolo. Sempre più spesso le lacrime
hanno un prezzo, quello offerto dall’emittente televisiva che scava
impietosa nella sofferenza fittizia di chi, malato di protagonismo, non
esita ad inscenarlo da mediocre attore, o nel dolore reale di chi, "
gente comune" allettata dalla lauta ricompensa, si precipita a
sbandierarlo. Ma il dolore vero, quello autentico, è intimo, non ha bisogno di
essere esibito, il dolore vero è muto, non ha lacrime, e se ne ha le
sfoga nel privato, confortato da chi davvero lo condivide e lo comprende,
certamente non sotto l’occhio delle telecamere e dei mille sguardi
puntati da ogni luogo del paese, della città, del mondo, di chi è stato
maleducato dai media a curiosare nelle vite altrui. Difficile è parlare
del dolore anche attraverso il mezzo cinematografico, senza rischiare di
cadere nel retorico, nel patetico o nella strumentalizzazione: Nanni
Moretti c’è riuscito e la sua svolta drammatico non ha per niente
spaventato il pubblico abituato a vederlo impegnato in ben diverse
tematiche, tanto che La stanza del figlio ha
fatto quasi subito registrare un pieno successo. Da tempo Moretti voleva interpretare il personaggio di uno
psicoanalista, colto nella vita lavorativa e affettiva, e girare un film
che parlasse del dolore, ma senza spettacolarità, ed aveva già in mente
anche la struttura della famiglia su cui imbastire la vicenda, cioè
padre, madre e due figli, ma poi, per una serie di circostanze, aveva
sempre rimandato il progetto che, finalmente, si è realizzato, con un’opera
commovente e lontana dai suoi temi abituali, che traccia una svolta nel
suo percorso artistico di uomo e regista maturo. Il film non è autobiografico e Giovanni, il protagonista, non
è
Nanni Moretti, anche se, quando lo ha girato, si è talmente identificato
col personaggio, cosa che non gli era accaduta nemmeno quando aveva
parlato della sua malattia in Caro diario che, ha raccontato
in un’intervista, ne parlava come di se stesso e faceva riferimento al
personaggio dicendo "io". Voleva, dunque, raccontare il dolore, quello autentico, devastante, non
urlato, che si prova alla perdita di un figlio, tanto più lacerante
perché per legge naturale dovrebbe essere il padre a seppellire un figlio
e non sopravvivergli, raccontare la sofferenza e il senso di vuoto
espresso dalla chiusura della bara che sancisce irrimediabilmente la
perdita, che possono allontanare dalle persone che ci circondano, perché
ognuno poi reagisce diversamente al lutto, e la morte è un dolore che
può dividere. La famiglia rappresentata è una famiglia quasi perfetta, non si
litiga, si è educati, i figli vanno a scuola e praticano lo sport, i
genitori sono presenti nella loro vita e ne raccolgono le confidenze, sono
attenti e comprensivi, insomma una famiglia serena, eppure quella
perfezione è fragile e solo apparente e, dopo la tragedia, ben se ne
accorge Giovanni. Guarda questa tazzina, che bella, è sbeccata, è sbeccata questa
tazzina, questo vaso è incrinato: rigiriamolo. Tutto sbeccato, tutto
rovinato in questa casa, tutto rigato, tutto rigato, tutto rotto. ..Se il
padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe
scassinare la casa… La vita di Giovanni, dopo la tragedia, s’infrange come quelle
tazzine, nulla più è lo stesso, e l’uomo è tormentato dalla
casualità, dalla serie di eventi che, predisposti, organizzati in una
certa sequenza dal destino, hanno causato l’evento fatale: Paola: -
Giovanni, è inutile, tanto non si può tornare indietro.-
Giovanni: -E invece è proprio quello che io voglio fare. Tornare
indietro!- E mentre prima ascoltava attentamente, da bravo psicanalista, le
ossessioni dei suoi pazienti, oppure le affrontava con fredda perizia
professionale, ora si rende conto di non poter più aiutare nessuno
perché nella sua vita ha fatto irruzione un dolore troppo grande,
inaccettabile perché imprevisto. Si allontaneranno l’uno dall’altro, i sopravvissuti, malgrado gli
inevitabili conforti che si prodigheranno, perché la morte divide, ma
poi, forse, si ritroveranno, perché il dolore porta verso gli altri e,
alla fine, non può che riunire.
Francesca Santucci (15.3.2001)

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