India, la strage silenziosa

delle donne senza dote

 

Almeno 25 mila vittime l'anno. Storia di Mamta, 

torturata per una tv  e un ventilatore

di Rosaspina Elisabetta

 

Questa non è una notizia: una donna di 30 anni si è gettata a capofitto in un pozzo con le tre figlie, perché non poteva regalare un ventilatore e un tv color alla suocera. Non è una notizia a Dhaman, villaggio dell' India centrale, a 160 chilometri da Bhopal. Non è una notizia (non è una storia che fa notizia) nemmeno nel resto del Subcontinente, dove ogni anno 25 mila donne finiscono male per lo stesso motivo. Magari non si tratta di un ventilatore, ma di uno scooter. Magari molte di loro sopr avvivono, sfigurate o mutilate. Non è una notizia, perché è un fenomeno. E' un fenomeno che va sotto la simpatica definizione di «incidenti di cucina». Ne capitano tanti: mogli che pigliano fuoco ai fornelli, altre che precipitano in un pozzo. Infort uni domestici. Tutt' al più gesti disperati, senza colpevoli. Probabilmente, in questo caso, non è nemmeno la notizia esatta, perché è più verosimile che nel pozzo di Dhaman, mamma e figlie, siano state buttate. Comunque non sono più in grado di forn ire chiarimenti, perché sono morte tutte e quattro. Quattro doti in meno per altrettanti scrupolosi usurai di famiglia: il marito di Mamta Mali, la donna che non era riuscita a far vento alla suocera, e gli eventuali mariti delle tre bambine, alle qu ali sarà risparmiato un giorno l' assillo di procurarsi un transistor, un rasoio, e almeno un 21 pollici in bianco e nero, per consacrare degnamente le loro nozze. In qualunque casa civile c' è un televisore e il refrigeratore, o almeno quattro pale da appendere al soffitto: non l' aveva ancora capito Mamta Mali? Eppure la famiglia del marito glielo andava ricordando a pugni e schiaffi da ben sei anni, dal giorno del loro matrimonio. La dote della sposa era stata stabilita fin da allora: un tivù color e un ventilatore. Ogni sera, nell' afa silenziosa dell' abitazione, si rinnovava l' astio risentito del capofamiglia e di sua madre verso l' inadempiente. Mentre i vicini si sollazzavano al fresco con i musical prodotti a ritmo impressionante da Hollywood, l' immensa industria cinematografica indiana, i nuovi parenti di Mamta sfogavano la loro frustrazione sulla responsabile di tanto caldo e tanta noia: Mamta. Urla, botte, angherie non si erano diradate nemmeno durante le tre gravidanze d ella giovane donna, una ogni due anni. Ognuna conclusa da una delusione: un' altra femmina. Un altro debito aperto con chi se la sarebbe un giorno sposata. Mamta doveva pagare. Almeno il prezzo concordato tra suoceri e genitori: la tele e il ventilat ore. «La suocera non le dava tregua - ammette Anil Maheshwari un ufficiale della polizia di Stato, il Madhya Pradesh - e ogni giorno erano torture fisiche e mentali». Le stesse, sapeva bene Mamta, che sarebbero toccate un giorno alle sue bambine. Ecc o perché nascono meno femmine che maschi, in India. L' ipoteca annunciata da un' ecografia si cancella con un aborto selettivo. Fino alla ventesima settimana è legittimo e discrezionale. Ma se è difficile vedere lo schermo di una tivù a Dhaman, figur arsi quello di un ecografo. Lunedì scorso Mamta è andata a prelevare la figlia maggiore, cinque anni, a scuola. Poi ha preso per mano la seconda e in braccio la più piccola, appena 12 mesi. E si è diretta al pozzo del villaggio. Poteva essere archivi ato come il suicidio di una squilibrata, se non proprio un incredibile incidente. Ma qualcuno ha parlato; e poi Mamta non è la prima a finire a testa in giù in un pozzo mentre non cerca l' acqua, ma l' irraggiungibile luna: che abbia la forma di una tivù o di un ventilatore. Continuerà a far caldo e sarà ancora più silenziosa, ora, la casa del vedovo e di sua madre, ora formalmente sospettati di aver violato il Dowry Prohibition Act, la legge che vieta in India l' estorsione coniugale. E' in vig ore da 41 anni, 11 prima che nascesse Mamta. Da allora, se si vuol credere a statistiche approssimative, almeno duecentomila donne sono morte nello stesso paese per non aver corrisposto il prezzo pattuito con la famiglia del fidanzato: denaro, elettr odomestici, o addirittura un biglietto aereo per andare a studiare in un college americano o europeo. Nel 1995 il National Crime Bureau of the National Government of India certificava una media annuale di 6.000 «doti letali». Ma due anni dopo, i rapp orti di polizia parlavano di un incremento del 170 per cento e le stime ufficiose segnalano altre 20 mila vittime all' anno di «incidenti di cucina», sui quali nessuno apre un' inchiesta. A bruciarsi accidentalmente ai fornelli o a finire distrattame nte sfracellate non sono povere analfabete di campagna. Molto più spesso sono donne che appartengono a classi sociali medie, dove non bastano di sicuro una tivù e un ventilatore per saldare il conto aperto con l' uomo della loro vita nel festoso gior no delle loro nozze. «Ci sono più mogli ferite o uccise in India che morti e invalidi per mine antiuomo in tutto il mondo» segnala Himendra Thakur, fondatore dell' International Society against Dowry and Bride Burning in India, contro i delitt i per dote mancata. Il governo fa quello che può: nel 2001 ha celebrato il Women' s empowerment year, l' anno dell' aumento del potere delle donne. Sempre che riescano a superare il settimo anno di matrimonio. Di solito non va oltre la pazienza dell' uomo e dei suoceri creditori. A Bangalore, la Sylicon Valley indiana, si è formato il gruppo di Vimochana che cerca di contrastare perlomeno l' omertà. E ha scoperto che generalmente la polizia interroga le vittime agonizzanti davanti al marito o ai suoi parenti. Altre associazioni hanno tentato di intervistare le sopravvissute o le ripudiate, per individuare le caste a rischio: tutte. La dote è una pretesa trasversale. I casi più gravi, quando finiscono in tribunale, sono trattati come omicidi preterintenzionali. Vijay Kumar Soni dal matrimonio si aspettava soprattutto un motorino. Visto che non arrivava, ha dato fuoco alla moglie al settimo mese di gravidanza. Lei e il bimbo sono morti, lui è stato riconosciuto colpevole due settimane fa da un tribunale di Lucknow, capitale dell' Uttar Pradesh, e punito con 20 mila rupie di multa, circa 400 euro, e 10 anni di carcere. Il marito e la suocera di Mamta Mali ne rischiano soltanto sette, per «istigazione al suicidio». Per la morte delle tre bambine, che certo non avevano impulsi suicidi, invece non pagherà nessuno. Erano soltanto femmine, in fondo.

 

(dal "Corriere della sera", 19 settembre 2002)