Daniela Pantaleo

 

La solennita' dei momenti d'essere

in Virginia Woolf

 

"... potrei dire a quell’attimo:

fermati dunque, sei così bello!

(da J W. Goethe, Faust, II, atto quinto)

 

Aperta all’inebriante atemporalità delle sensazioni, la scrittura di Virginia Woolf circoscrive e dissolve la totalità del tempo nell’intuizione del momento presente per la sua intrinseca capacità di creare delle amplificazioni, di moltiplicare ed espandere un’esperienza relativamente significativa in un continuo succedersi di impressioni, reminiscenze e immagini metaforiche.
La percezione dell’attimo si dilata per proliferazione interna fino ad annullare le consuete sequenze temporali della narrazione per sostanziare e assecondare la mutevolezza degli stati interiori, l’indefinito fluttuare delle emozioni, nella ferma convinzione che "... il metodo di raccontare per filo e per segno non può essere giusto; nel cervello le cose non accadono in quel modo".
"Momenti d’essere" destinati ad evolversi e scomparire vengono fissati nella parola che, carica di un’intensità tanto fuggevole quanto estensibile, ne custodisce il senso, la latitudine emotiva.
Sorvolando sulle contingenze della trama, la prosa di Virginia Woolf indugia nell’atmosfera estatica dell’extratemporalità e ricerca la pienezza della vita nell’istante presente, unico e irripetibile. "Clarissa si immerse nel cuore del momento, lo inchiodò – eccolo, l’istante di quel mattino di giugno" e, nelle pagine iniziali, "... era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell’attimo di giugno" così in Mrs Dalloway.
È come se un eterno irrompesse nel tempo a sospenderne l’abituale fluire per accogliere in sé la rivelazione, la visione che, pur scevra di implicanze religiose, sottende la disponibilità a "scrivere non soltanto con gli occhi ma anche con lo spirito per scoprire cose vere sotto la superficie ...".
Nello sguardo limpido e disincantato che raccoglie le contraddizioni del reale, oltre all’importanza di "essere duttili e nudi di fronte alla verità", si radica l’angoscioso travaglio con cui la sua esasperata sensibilità avverte la prossimità di vita e morte. "...perché è così tragica la vita; così simile a un tenue nastro gettato sopra un abisso. Io guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come potrò camminare sino alla fine".
I periodi di crisi e le lunghe giornate in cui è costretta a letto per placare l’eccitabilità dei suoi nervi la espongono al rischio di scivolare rovinosamente nella follia, nonchè alla tentazione di far tacere con un gesto estremo quel confuso brusio di voci che, in un crescendo inquietante di paure, fiacca la sua mente.
Ciò nonostante, Virginia Woolf è quanto mai consapevole della fecondità artistica di queste pause forzate tanto da riconoscere nei suoi diari che: "sei settimane di letto farebbero di Falene (poi divenuto Le onde) un capolavoro" e più avanti ancora: "credo che nel mio caso queste malattie siano – come dire – in parte mistiche. Qualcosa succede alla mia mente. Rifiuta di continuare a registrare impressioni. ... poi, d’improvviso, scaturisce qualcosa".
Sebbene le "malattie mistiche" cui allude non siano di natura religiosa, Marguerite Yourcenar (che ha curato la traduzione in francese de Le onde) esalta il profondo senso di umanità che trapela dall’opera della scrittrice inglese la cui arte è, a suo giudizio, intrisa di "un’essenza mistica, anche se a questo misticismo lei esita o rifiuta di dare un nome". E definisce "eterni" i "minuti di meditazione mistica" accordati dalla Woolf ai sei personaggi de Le onde che, nelle intenzioni dell’autrice, doveva essere un romanzo "estatico" capace di riprodurre attraverso soliloqui "una mente che pensa", "la vita stessa che scorre".
Pur convinta che i veri scrittori si riconoscano dall’abilità con cui riproducono "la vita stessa che scorre", ovvero esprimono ciò che anche altri avvertono senza riuscire a darne forma, Marguerite Yourcenar considera un lusso non già la possibilità di una totale dedizione alla scrittura quanto piuttosto "l’essere felici quando tanti soffrono", o il semplice "passeggiare sull’erba in primavera". Di qui l’inequivocabile sintonia con quanto Virginia Woolf annota il 19 gennaio del 1935 nel suo diario: "Leonard e io andremo a fare una passeggiata oggi pomeriggio, e questo mi sembra un enorme conto in banca, una felicità solida". La signora Dalloway avrebbe detto: "momenti simili sono gemme sull’albero della vita". Anche quando "ogni giorno è contemplato contro una lieve ombra di pericolo fisico" per la "cadaverica vibrazione" degli aerei tedeschi che sorvolano Londra, ad emozionarla sono le semplici gioie della quotidianità: "la prima colazione, lo scrivere, la passeggiata, il tè, le bocce, la lettura, i dolci, il letto".
La propensione a godere dell’attimo di intensità lascia intravedere l’informe abbozzo di una spiritualità che, per quanto non abitata dall’insondabile di una natura divina, attinge dalle "visioni di gioia" lo stupore e l’estasi dinanzi alla "forma stessa della bellezza". L’emozione si traduce in squarci lirici che celebrano le "consuete testimonianze della divina generosità" attraverso la potenza evocativa di immagini fortemente metaforizzate. "La primavera senza una foglia che potesse venir rovesciata dal vento, nuda e luminosa come una vergine di scontrosa castità, di sdegnosa purezza, si distese sui prati con gli occhi spalancati e attenti e del tutto indifferente a quel che facessero o pensassero quanti guardavano".
L’adesione ad una "religione ateistica che ha come principio il bene per amore del bene" non le impedisce di apprezzare il cattolicesimo quale promotore di arte e di bellezza, né di leggere gli Atti degli Apostoli e gli scritti di San Paolo. Ancora adolescente si accinge alla stesura, poi abbandonata, di un saggio intitolato "Religio laici" teso ad argomentare l’ineludibile bisogno di Dio che alberga in ogni uomo, ma deplora qualunque forma di infatuazione religiosa che, a suo dire, "rende malvagi e immusonisce" e taccia di esibizionismo i vistosi sforzi dell’Esercito della Salvezza di "rendere allegro il cristianesimo ad uso del popolo".
In Mrs Dalloway la fanatica devozione della signorina Kilman incontra un malcelato dissenso nell’ateismo della protagonista Clarissa che, biasimando ogni tentativo di proselitismo, dubita dell’utilità di "convinzioni e preghiere" perché persuasa che "il miracolo è là, è là il mistero: poter vedere quella vecchia signora andare dal cassettone all’acconciatoio". Mentre dalla sua finestra Clarissa la segue con gli occhi, Virginia Woolf che è lì si commuove per la disarmante semplicità con cui il miracoloso s’innerva nel quotidiano e i gesti più comuni si rivestono di solennità.
Allo stesso modo, in Gita al faro si ferma accanto a Lily Briscoe intenta a meditare sul significato dell’esistenza per ricordarle che: "... la grande rivelazione non era mai giunta. Forse la grande rivelazione non giungeva mai. Vi erano al contrario piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio; eccone uno. ... la signora Ramsay che faceva del momento una realtà permanente".

Daniela Pantaleo