
La solennita'
dei momenti d'essere
in Virginia Woolf
"... potrei dire a quell’attimo:
fermati dunque, sei così bello!
(da J W. Goethe, Faust, II, atto
quinto)
Aperta all’inebriante
atemporalità delle sensazioni, la scrittura di
Virginia Woolf circoscrive e dissolve la totalità
del tempo nell’intuizione del momento presente per
la sua intrinseca capacità di creare delle
amplificazioni, di moltiplicare ed espandere
un’esperienza relativamente significativa in un
continuo succedersi di impressioni, reminiscenze e
immagini metaforiche.
La percezione dell’attimo si
dilata per proliferazione interna fino ad annullare
le consuete sequenze temporali della narrazione per
sostanziare e assecondare la mutevolezza degli stati
interiori, l’indefinito fluttuare delle emozioni,
nella ferma convinzione che "... il metodo di
raccontare per filo e per segno non può essere
giusto; nel cervello le cose non accadono in quel
modo".
"Momenti d’essere" destinati
ad evolversi e scomparire vengono fissati nella
parola che, carica di un’intensità tanto fuggevole
quanto estensibile, ne custodisce il senso, la
latitudine emotiva.
Sorvolando sulle contingenze
della trama, la prosa di Virginia Woolf indugia
nell’atmosfera estatica dell’extratemporalità e
ricerca la pienezza della vita nell’istante
presente, unico e irripetibile. "Clarissa si immerse
nel cuore del momento, lo inchiodò – eccolo,
l’istante di quel mattino di giugno" e, nelle pagine
iniziali, "... era ciò che ella amava: la vita,
Londra, e quell’attimo di giugno" così in Mrs
Dalloway.
È come se un eterno irrompesse
nel tempo a sospenderne l’abituale fluire per
accogliere in sé la rivelazione, la visione che, pur
scevra di implicanze religiose, sottende la
disponibilità a "scrivere non soltanto con gli occhi
ma anche con lo spirito per scoprire cose vere sotto
la superficie ...".
Nello sguardo limpido e
disincantato che raccoglie le contraddizioni del
reale, oltre all’importanza di "essere duttili e
nudi di fronte alla verità", si radica l’angoscioso
travaglio con cui la sua esasperata sensibilità
avverte la prossimità di vita e morte. "...perché è
così tragica la vita; così simile a un tenue nastro
gettato sopra un abisso. Io guardo giù; ho le
vertigini; mi chiedo come potrò camminare sino alla
fine".
I periodi di crisi e le lunghe
giornate in cui è costretta a letto per placare
l’eccitabilità dei suoi nervi la espongono al
rischio di scivolare rovinosamente nella follia,
nonchè alla tentazione di far tacere con un gesto
estremo quel confuso brusio di voci che, in un
crescendo inquietante di paure, fiacca la sua mente.
Ciò nonostante, Virginia Woolf
è quanto mai consapevole della fecondità artistica
di queste pause forzate tanto da riconoscere nei
suoi diari che: "sei settimane di letto farebbero di
Falene (poi divenuto Le onde) un
capolavoro" e più avanti ancora: "credo che nel mio
caso queste malattie siano – come dire – in parte
mistiche. Qualcosa succede alla mia mente. Rifiuta
di continuare a registrare impressioni. ... poi,
d’improvviso, scaturisce qualcosa".
Sebbene le "malattie mistiche"
cui allude non siano di natura religiosa, Marguerite
Yourcenar (che ha curato la traduzione in francese
de Le onde) esalta il profondo senso di
umanità che trapela dall’opera della scrittrice
inglese la cui arte è, a suo giudizio, intrisa di
"un’essenza mistica, anche se a questo misticismo
lei esita o rifiuta di dare un nome". E definisce
"eterni" i "minuti di meditazione mistica" accordati
dalla Woolf ai sei personaggi de Le onde che,
nelle intenzioni dell’autrice, doveva essere un
romanzo "estatico" capace di riprodurre attraverso
soliloqui "una mente che pensa", "la vita stessa che
scorre".
Pur convinta che i veri
scrittori si riconoscano dall’abilità con cui
riproducono "la vita stessa che scorre", ovvero
esprimono ciò che anche altri avvertono senza
riuscire a darne forma, Marguerite Yourcenar
considera un lusso non già la possibilità di una
totale dedizione alla scrittura quanto piuttosto
"l’essere felici quando tanti soffrono", o il
semplice "passeggiare sull’erba in primavera". Di
qui l’inequivocabile sintonia con quanto Virginia
Woolf annota il 19 gennaio del 1935 nel suo diario:
"Leonard e io andremo a fare una passeggiata oggi
pomeriggio, e questo mi sembra un enorme conto in
banca, una felicità solida". La signora Dalloway
avrebbe detto: "momenti simili sono gemme
sull’albero della vita". Anche quando "ogni giorno è
contemplato contro una lieve ombra di pericolo
fisico" per la "cadaverica vibrazione" degli aerei
tedeschi che sorvolano Londra, ad emozionarla sono
le semplici gioie della quotidianità: "la prima
colazione, lo scrivere, la passeggiata, il tè, le
bocce, la lettura, i dolci, il letto".
La propensione a godere
dell’attimo di intensità lascia intravedere
l’informe abbozzo di una spiritualità che, per
quanto non abitata dall’insondabile di una natura
divina, attinge dalle "visioni di gioia" lo stupore
e l’estasi dinanzi alla "forma stessa della
bellezza". L’emozione si traduce in squarci lirici
che celebrano le "consuete testimonianze della
divina generosità" attraverso la potenza evocativa
di immagini fortemente metaforizzate. "La primavera
senza una foglia che potesse venir rovesciata dal
vento, nuda e luminosa come una vergine di scontrosa
castità, di sdegnosa purezza, si distese sui prati
con gli occhi spalancati e attenti e del tutto
indifferente a quel che facessero o pensassero
quanti guardavano".
L’adesione ad una "religione
ateistica che ha come principio il bene per amore
del bene" non le impedisce di apprezzare il
cattolicesimo quale promotore di arte e di bellezza,
né di leggere gli Atti degli Apostoli e gli scritti
di San Paolo. Ancora adolescente si accinge alla
stesura, poi abbandonata, di un saggio intitolato "Religio
laici" teso ad argomentare l’ineludibile bisogno di
Dio che alberga in ogni uomo, ma deplora qualunque
forma di infatuazione religiosa che, a suo dire,
"rende malvagi e immusonisce" e taccia di
esibizionismo i vistosi sforzi dell’Esercito della
Salvezza di "rendere allegro il cristianesimo ad uso
del popolo".
In Mrs Dalloway la
fanatica devozione della signorina Kilman incontra
un malcelato dissenso nell’ateismo della
protagonista Clarissa che, biasimando ogni tentativo
di proselitismo, dubita dell’utilità di "convinzioni
e preghiere" perché persuasa che "il miracolo è là,
è là il mistero: poter vedere quella vecchia signora
andare dal cassettone all’acconciatoio". Mentre
dalla sua finestra Clarissa la segue con gli occhi,
Virginia Woolf che è lì si commuove per la
disarmante semplicità con cui il miracoloso
s’innerva nel quotidiano e i gesti più comuni si
rivestono di solennità.
Allo stesso modo, in Gita
al faro si ferma accanto a Lily Briscoe intenta
a meditare sul significato dell’esistenza per
ricordarle che: "... la grande rivelazione non era
mai giunta. Forse la grande rivelazione non giungeva
mai. Vi erano al contrario piccoli miracoli
quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi
inaspettatamente nel buio; eccone uno. ... la
signora Ramsay che faceva del momento una realtà
permanente".
Daniela Pantaleo


