Autumn in New

 

 York

di Joan Chen

 

 

Forse non tutti conoscono la "Gere Foundation", l'organizzazione che si occupa di promuovere gli ideali buddisti di pace e fratellanza e di sostenere la causa tibetana la cui cultura rischia l’estinzione per colpa dell’oppressione cinese.
Richar Gere, l’affascinante attore interprete di numerose pellicole in cui più che valorizzare la spiritualità esaltava la bellezza dei suoi muscoli, è da anni convinto buddista e difensore appassionato della causa tibetana, infatti in Cina risulta ospite indesiderato, ed è proprio a lui che si deve la "Gere Foundation" che sostiene le opere e le pubblicazioni di sua santità il Dalai Lama e la divulgazione del buddismo tibetano.
Ebbene, intervistato riguardo alla sua ultima interpretazione, quella del quarantottenne Will innamorato della giovanissima Charlotte in "Autumn in New York" , ha dichiarato che ci sono film che accetta di girare esclusivamente per il Tibet, il cui guadagno, come quello del famoso spot del cioccolatino della Ferrero, viene interamente devoluto al lontano paese che sfiora lo sterminio, ricavando un duplice risultato: guadagnare soldi per la causa ed attirare l’attenzione su questa sventurata regione che continua più che mai ad essere oppressa dal governo cinese, rischiando l’estinzione della cultura e la diaspora e il genocidio della popolazione.
Autumn in New York è, sicuramente, un film commerciale, di quelli destinati a riempire le sale natalizie, perché è un melodramma, con tutti gli elementi adatti per avvincere e commuovere lo spettatore: c’è lui dal fascino maturo che s’innamora di lei, molto più giovane, ma, ahimè, ammalata, e,  dunque c’è la storia d’amore, che si dispiega  in disparità anagrafica, sullo sfondo suggestivo del dorato e malinconico autunno newyorchese, e termina tristemente proprio a Natale (festa della nascita per eccellenza…ma per i buddisti la vera nascita è proprio la morte), storia che si prospetta subito difficile e dolente, perché intrecciata al dolore e alla sofferenza e in profonda alchimia con la morte.
Il film propone una storia di cambiamento, quello di un uomo, Will, che, attraverso l’amore per Charlotte, cambia, impara ad essere se stesso, ad accettare le proprie responsabilità, e attraverso il dolore cresce e si trasforma da Peter Pan ad adulto, perché è proprio il dolore il tramite per la conoscenza, di se stessi e degli altri che ci circondano.
E’ il tempo, dunque, che forse Will ha sprecato, ma Charlotte no, avendo imparato a sorridere alla vita convivendo col pensiero della morte, che attuerà il cambiamento nel protagonista, e proprio il Dalai Lama, qualche tempo fa, ad una domanda sul tempo, rispose: Mi piace perché senza tempo non ci sarebbe cambiamento.
Will certamente non è il personaggio psicologicamente più profondo che Richard Gere abbia interpretato, come lui stesso ammette, ma se pensiamo per quale nobile causa abbia accettato di girare il film (con la regista cinese Joan Chen, già attrice famosa e in rapporti non idilliaci col suo paese d’origine ) non possiamo non apprezzare le sue finalità, la sua dignitosa interpretazione e goderci il film che, tutto sommato, in tempi di volgarità cinematografica, intellettuale e fisica, propone una decorosa storia d’amore.

Francesca Santucci (18.12.2001)