di Francesca Santucci
(dal notiziario Brontë,
settembre
2003)


Branwell
Brontë
Fu un duro colpo
per Anne quando il fratello Branwell, precettore
nella stessa famiglia dove lei era istitutrice,
venne scacciato per indegnità.
Cominciò allora per la famiglia Brontë, già
duramente colpita dalla sorte, il periodo più
doloroso: Branwell, solitario, di carattere cupo e
taciturno, di indole difficile, che fin da piccolo
aveva mostrato un carattere complesso, e già da
adolescente aveva manifestato gravi disturbi
psicologici abbandonandosi a scatti d’ira e di
violenza, unico maschio della famiglia Brontë,
adorato dalle sue sorelle, Anne, Charlotte ed
Emily, che lo avrebbero sempre voluto compagno
delle loro “esercitazioni” letterarie, che insieme a
Charlotte aveva inventato, quando ancora erano
ragazzini, il leggendario ciclo di “Angria”,
racconti lugubri e paurosi su modello byroniano
(mentre, invece, Emily ed Anne avevano dato vita
all’immaginario mondo di “Gondal”), era divenuto
alcolizzato, dedito all’oppio e maniaco.
Abbrutito da questi “mali”, spesso si lasciava
trasportare da eccessi che le terrorizzavano, tanto
che, pur amandolo, un giorno Emily lo aveva
definito un essere senza speranza (alcuni
critici hanno avanzato l’ipotesi che le sorelle
Brontë, per la drammaticità dei loro personaggi
maschili, Heathcliff delle Cime tempestose di
Emily, e Rochester di Jane Eyre di Charlotte,
si siano ispirate appunto agli eccessi del fratello,
eroe romantico nelle loro trasfigurazioni, nella
realtà giocatore ed alcolista ); quando questo
comportamento valicò le mura del presbiterio, la
grande costruzione in cui abitavano i Brontë, di
pietra grigia, triste ed isolata, circondata
dalle tombe sui tre lati, l’atmosfera di
diffidenza che già circondava l’ombrosa famiglia si
accrebbe ancor di più.
E così,
con Branwell che aveva gettato il disonore
sull’intera famiglia, svanì anche il progetto di
fondare una scuola al presbiterio.
Eppure
proprio Branwell, temperamento bizzarro ma ingegno
vivissimo, era sembrato il più dotato della
famiglia; le sorelle lo ammiravano profondamente e
tutti lo viziavano.
E’ dal
libro “ La vita di Charlotte Bronte”, opera della
scrittrice Elizabeth Gaskell, scrittrice ed amica di
Charlotte che, come segno d’amicizia, e perché
consapevole della validità dell’amata creatrice di
“Jane Eyre”, accettò l’incarico del reverendo
Patrick Brontë di scrivere la biografia della
sfortunata figlia subito dopo la morte (avvenuta nel
1855, per una debilitazione post partum, congiunta
alla tubercolosi che aveva già falciato le vite dei
suoi fratelli Branwell, Anne ed Emily), che
raccolse un’enorme quantità di notizie, dati e
testimonianze sulla famiglia, che è possibile
ricostruire anche la vicenda dell’infelice giovane.
Dotato
di vivo ingegno, ottima memoria, fervida
immaginazione (che gli aveva consentito, quando suo
padre gli aveva regalato una scatola di soldatini di
legno, di trasfigurarli in Young Men,
Giovanotti, eroi immaginari del ciclo narrativo
di Angria), mancino, ma capace di scrivere
con la destra e persino due lettere alla volta,
Branwell non frequentò la scuola ( forse, come
avanzato dall’ipotesi di Daphne du Maurier nel suo
libro “Il mondo infernale di Branwell Brontë”,
nel timore che potessero scatenarsi quegli attacchi
epilettici che talvolta lo colpivano nei momenti di
accesa eccitazione mentale).
Fu suo padre, pastore anglicano di Haworth, ad
educarlo personalmente. Orgoglioso ed entusiasta del
talento del figlio, gli insegnò anche il greco e il
latino nella speranza di farne un erudito e,
presagendo per lui un grande avvenire, gli consentì
di allontanarsi da Haworth, ed invece Branwell
ritornò, dopo serie di esperienze fallimentari,
distrutto dalla droga e dall’alcool, quasi pazzo, a
finire i suoi giorni nella casa paterna, morendo tra
le braccia di Emily che, disperata
per la
morte dell’adorato fratello, non volle
sopravvivergli e si lasciò morire, spirando tre mesi
dopo.
Snello,
di bassa statura, con un volto dai bei lineamenti (
ma anche pieghe ai lati della bocca e labbra molli
che lo involgarivano, segno evidente della sua
intemperanza dovuta ai vizi ai quali era dedito, che
nascondeva alla famiglia), espressione intelligente,
capelli fulvi, carnagione rosea, colori tipici degli
irlandesi il cui sangue nelle vene gli proveniva
dal padre, anche cordiale ed espansivo, com’è
tipico di quel popolo, dai modi galanti: questo il
suo ritratto tracciato dalla scrittrice Elizabeth
Gaskell.
Branwell dapprima compose poesie, che inviò ai
maggiori poeti del tempo, come Wordsworth e
Coleridge, ricevendone giudizi lusinghieri.
E’
datata 19 gennaio 1837 la lettera che scrisse al
poeta Wordsworth, in cui lo invitava ad esprimere un
giudizio sulla sua poesia, accludendo anche sei
strofe di un suo componimento:
…mi
perdoni, signore, se mi sono avventurato a
presentarmi a qualcuno le cui opere ho amato sopra
ogni altro della nostra letteratura e che è stato
per me una divinità della mente, per deporre di
fronte a lui uno dei miei scritti e chiedergli un
giudizio sul contenuto) …( quella che le invio è la
scena che introduce un soggetto molto più lungo, nel
quale mi sono sforzato di sviluppare forti passioni
e deboli principi in lotta:
Là
dov’Egli in gloria splendente regna,
oltre
i notturni cieli stellati,
nel
Suo paradiso di luce,
ah!
Perché io non posso esservi?
Spesso
sveglio all’alba del Natale,
nell’insonne crepuscolo disteso e solo,
pensieri strani m’affollano la mente
di
com’Egli per me sia morto.
E
spesso giacendo nella mia camera
mi sono
destato piangendo
risvegliato dai sogni in cui lo contemplavo morente
sul
palo maledetto.
E
spesso mia madre ha detto,
mentre
il capo le abbandonavo sul grembo,
che
temeva ch’io non per il tempo fossi fatto
ma per
l’Eternità.
Perciò posso ben
chiaro leggere il mio diritto
a
dimorare nei cieli,
e
lasciate ch’io dalle paure mi congeda
ed i
miei occhi piangenti asciughi!
Su
questa lastra di marmo giacerò,
ed
ignorerò il mondo
per
contemplare, sul suo trono di ebano,
la luna
che avanza nella gloria.
In
seguito, versato come tutti gli altri Brontë per
l’arte grafica, si dedicò alla pittura,
raggiungendo risultati eccellenti che suscitarono le
lodi di tutti, ma Branwell sembrava conseguire
subito eccellenti risultati in qualunque attività
creativa si cimentasse; ben presto, però, abbandonò
anche l’attività pittorica, perché non portava mai a
termine i suoi quadri e questo scoraggiava gli
acquirenti.
E così,
nonostante l’eclettico talento, di lui quasi nulla è
sopravvissuto, ed anche il suo nome è scivolato
nell’oblio, schiacciato dalla soverchiante fama di
quello delle talentuose sorelle.

E’ di
Patrick Branwell il famoso quadro ad olio del 1834,
con Emily di profilo, e sempre suo, realizzato nel
1834, conservato alla National Portrait Gallery,
pure quello che ritrae insieme le tre sorelle
(inizialmente nel quadro c’era anche Branwell, al
centro, ma poi, in un attacco d’ira, si era
cancellato).
Da
sinistra verso destra sono ben riconoscibili, in
accentuata somiglianza, Anne, la sorella minore,
molto femminile, con i riccioli in evidenza, che
poggia la testa sulla spalla di Emily, dalle
fattezze un po’ mascoline, con i capelli appiattiti,
l’espressione quasi allucinata, come se gli occhi
inseguissero una visione, e poi, leggermente
scostata, c’è Charlotte, la maggiore, ritratta
frontalmente, con un’espressione più concreta, che
tiene la mano di Emily.
Così
Elizabeth Gaskell descrive il ritratto:
…La
composizione è divisa, quasi al centro, da un grande
pilastro, a fianco della colonna illuminata dal
sole, siede Charlotte vestita alla moda di quei
giorni, con le maniche a grande sbuffo sulle spalle
e un largo colletto. Dall’altro lato della colonna,
profondamente in ombra sta ritta Emily con
appoggiato alla spalla il viso gentile di Anne.
L’atteggiamento di Emily mi ha lasciato una
impressione di grande forza, quello di Charlotte
un’impressione di sollecitudine, quello di Anne, di
tenerezza. Le ultime due sorelle sembrano aver
raggiunto a malapena il pieno sviluppo fisico,
benché Emily fosse più alta di Charlotte; nel
ritratto hanno capelli corti e indossano abiti più
giovanili.Ricordo di aver fissato quei due volti
tristi, intensi, in piena ombra e di essermi
chiesta se potevo rintracciarvi la misteriosa
espressione che, dicono, presagisca una morte
precoce. Provai una tenera superstiziosa speranza
che la colonna separasse il fato di quelle due dalla
sorte della sorella maggiore, che era sopravvissuta
e sedeva a parte nel ritratto. Mi piacque vedere che
la zona luminosa di fianco al pilastro era la “
sua”-che la luce cadeva su di “lei”-avrei invece
dovuto scorgervi i segni, e ancora più sul viso che
mi stava davanti, della morte precoce in agguato.
Erano somiglianze azzeccate anche se male eseguite.
Da questo posso supporre che la famiglia non
s’ingannava pensando che, purché ne avesse
l’opportunità e, ahimé, la necessaria tempra morale,
Branwell poteva diventare un grande pittore
Nel
1835 nella famiglia Brontë si cominciò a
pensare d’inviare Branwell a studiare alla Royal
Academy di Londra, con grande entusiasmo del giovane
che desiderava ardentemente andare nella capitale,
di cui conosceva a memoria le strade, pur non
essendoci mai stato prima, per aver studiato una sua
mappa topografica.
Consapevole delle sue doti, considerava stimolante
questo progetto per le sue attività di pittore e
scrittore, ma forse Branwell era pure consapevole
che le abitudini irregolari che aveva ad Haworth
(era abituale frequentatore di osterie, ben accetto
dagli osti e dagli avventori perché grande bevitore)
erano un ostacolo alla realizzazione delle sue
aspirazioni e che, a Londra avrebbe potuto, invece,
concretizzarle mettendosi sulla “retta via”.
Elizabeth Gaskell riferisce che ne ignora i motivi
certi ma che, probabilmente perché sarebbero state
eccessive le spese da sostenere per il suo
mantenimento, fu poi abbandonato il progetto; in
realtà Branwell si recò a Londra, ma vi ritornò
senza essersi nemmeno iscritto e dopo aver speso
tutto il danaro nelle taverne londinesi.
Nel
1839 ci fu un altro allontanamento di Branwell,
andò a studiare pittura a Bradford, ma dopo poco
ritornò a casa, deludendo ancora una volta tutta la
sua famiglia.
Nel
1842, dopo aver tentato la carriera di pittore
ritrattista, aver smesso di dipingere ed essersi
impiegato come precettore nel Cumberland, trovò un
lavoro nella ferrovia Manchester- Leeds; ben presto,
però, perse anche quest’impiego perché venne
licenziato per incuria.
Nel
gennaio del 1845 approdò, infine, a Thorp Green,
come precettore del figlio maschio dei Robinson,
la stessa famiglia in cui insegnava anche Anne;
gradevole d’aspetto, galante, abile conversatore,
scrittore, pittore, con tutte queste lodi non mancò
di attirare l’attenzione di Mrs.
Lydia Robinson,
maggiore di lui quasi vent’anni; i due
s’innamorarono ed intrecciarono una relazione.
Quando
il marito della donna li scoprì, Branwell venne
licenziato per indegnità, costringendo Anne a
prendere anche lei congedo dai Robinson, e fu
allora che, presa coscienza del male commesso,
colpito dal rimorso, ancora innamorato della donna
che pure diceva di amarlo, ma con la quale si
rifiutò di fuggire quando lei rimase vedova,
devastato dall’ennesimo fallimento, cominciò ad
affondare nell’alcool e nella depressione.
Le spiegazioni che Branwell diede ai suoi furono che
si era innamorato, ricambiato, di Mrs. Robinson, che
il marito aveva scoperto la relazione e minacciato
di sparargli se soltanto avesse osato inviare un
messaggio a sua moglie.
In realtà la storia rimane oscura, forse non si
trattava di un amore ricambiato, forse il sentimento
era solo da parte di Branwell, forse
lei lo
aveva inizialmente incoraggiato e dopo si era tirata
indietro.
Qualunque fosse la realtà dei fatti, che si
trattasse davvero di dispiacere d’amore o solo
d’orgoglio ferito, reale fu il suo tormento che lo
spinse a rifugiarsi nell’alcool, suscitando i
sentimenti più disparati nei familiari, stupore,
pietà, forse anche disprezzo ed insofferenza di
fronte al suo talento sprecato.
Negli
ultimi anni della sua vita Branwell cominciò ad
usare l’oppio per stordirsi, finché, distrutto
dall’alcool, dalla droga, dai fallimenti della sua
esistenza e dal male di famiglia, la tisi, morì: era
il 24 settembre del 1848.
Per
tutta l’estate, come racconta Charlotte, il suo
fisico si era indebolito sempre più, ma nessuno
aveva pensato che fosse in punto di morte, e due
giorni prima di mancare sembrava essere migliorato
anche nell’umore, affermando buoni propositi e
mostrando calma e lucidità, ma poi le sue condizioni
erano peggiorate, e così se ne andò, dopo aver
lottato per venti minuti fra la vita e la
morte…
Scrisse
Charlotte ad Elizabeth Gaskell: Tutti i suoi vizi
non furono, non sono, ormai nulla. Ricordiamo
solamente i suoi dolori.
Dopo la
sua morte nelle sue tasche furono trovate le lettere
che gli aveva scritto l’antica amante, che, per
rivelazione dello stesso Branwell, non si era
precipitata da lui perché Mr. Robinson, il marito,
nel testamento aveva dichiarato che l’avrebbe
diseredata se avesse riallacciato anche il pur
minimo rapporto con Branwell; probabilmente fu
quest’ultima delusione la causa scatenante
della depressione e del peggioramento della sua
fallimentare esistenza.
A
testimonianza della sua inquieta vita interiore, nel
1845 Branwell, in una lettera ad un amico, aveva
scritto: Da nove lunghe settimane sono
completamente a pezzi nel corpo e nell’anima…