Trasposizioni cinematografiche

di  "Wuthering Heights"

di Francesca Santucci

(dal notiziario Brontë, aprile 2003)

 

Laurence Olivier e Merle Oberon, La voce nella tempesta

Vita e morte, amore e odio, storie tormentate o impossibili, passioni fatali e aspirazioni ad esistenze normali, disperazioni e vendette, ricerca di purezza, sogni, illusioni, il passato che ritorna allucinatorio in sembianza di fantasma, punizioni crudeli, redenzioni, rinascite, eccesso di sentimenti, nella gioia e nel dolore: furono questi, sia in letteratura che a teatro o al cinema, sempre descritti a forti tinte, spesso in sospensione fra romanticismo e spiritualità, i temi del melodramma, il cui elemento costitutivo, come affermato dallo studioso Denis De Rougemont, fu sempre l’impedimento amoroso.
Il melodramma cinematografico ha spesso prediletto la trasposizione di opere letterarie che sostenessero una concezione ultraromantica dell’amore, con storie di autodistruzione dove, in inscindibile binomio, fossero legati eros e thanatos, ambientate in scenari aspri, selvaggi, cupi e primordiali, in cui gli elementi naturali si scatenassero con furia in metaforica rappresentazione delle bufere suscitate dalle passioni negli animi degli esseri umani, per questo non poteva non amare il malinconico e travolgentemente passionale romanzo Wuthering Heights  di Emily Brontë.
Variamente interpretato dai registi, la prima versione cinematografica di Cime tempestose risale al 1920, ed era interpretato da Milton Rosmer e Annie Trevor, cui seguirono le due più famose edizioni di William Wyler e di Luis Buñuel e quelle di Robert Fuest e di Jacques Rivette, e persino un’edizione interamente dedicata alle sorelle Brontë, nel 1943, intitolata Devotion, del regista Curtis Bernhardt, con  Ida Lupino e Olivia de Havilland, in cui le due famose attrici incarnavano alla perfezione le inquietudini delle sorelle prima di divenire scrittrici.
La versione più famosa resta, naturalmente, quella del 1939, di William Wyler, chiamata La voce nella tempesta, sostenuta dalla straziante interpretazione di Laurence Olivier e Merle Oberon, da David Niven e Flora Robson, e dalla fotografia dell’ottimo Gregg Toland, probabilmente il miglior fotografo del cinema americano del tempo, che seppe riprendere in maniera così eccellente l’affascinante paesaggio inquietante della brughiera da meritare l’Oscar.
Laurence Olivier, attore shakesperiano narcisista e vitale, che ha lasciato un’impronta indelebile sia nel teatro inglese che nel cinema, dimostrando grande disponibilità e versatilità in tutti i ruoli, in cui sempre giganteggiò, fu perfetto nel ruolo di Heathcliff, selvaggio e tenebroso come l’atmosfera romantica del film e della vecchia casa dove, ormai anziano, era ossessionato dalla voce e dalla visione del fantasma di Cathy che ancora lo cercava e con il quale, nell’edulcorato finale, si allontanava tra il vento e la bufera; altrettanto perfetta fu Merle Oberon, preferita dal regista a Vivien Leigh, nel ruolo dell’appassionata e capricciosa Cathy, che sposava Linton ma continuava ad amare, fino alla morte, ed oltre, Heathcliff.
Anche i surrealisti, per i quali l’amore era considerato una forza unificatrice oltre i limiti e i confini, che spingeva verso l’estrema soluzione della morte, amarono questo romanzo, e fu il regista Luis Buñuel ad operarne la trasposizione cinematografica, nel 1953, con il titolo  Abismos de pasion o Cumbres Borrascosas; i protagonisti furono Jorge Mistral e Irasema Dilian nei ruoli di Alejandro e Catalina presi da una grande passione, con lei che cercava un amore più sereno e normale.
Pur esaltando la follia dell’amore, questa pellicola è incline agli aspetti più violenti e passionali della vicenda e ne travalica decisamente lo spirito romantico per collocarsi in una dimensione, appunto, surrealista, oltre il tempo e lo spazio, anche se è ambientata in un’epoca e in luogo precisi: il Messico dei giorni di Buñuel.
Tra scene oniriche e crudo realismo tipiche del regista, come i coltelli arrotati, la mosca lanciata al ragno, i rospi brutalmente gettati nel fuoco dal servo, il grugnito lamentevole del maiale condotto al supplizio, è presente anche qui il melodrammatico binomio amore-morte, culminante nell’allucinante sequenza finale in cui Alejandro, dopo la morte di Catalina, grida disperato nella tormenta e, di notte, ritorna nel cimitero, scoperchia la tomba e penetra nel sarcofago per baciare ancora una volta la sua donna, ma, scosso da un improvviso rumore, si volta e, all’ingresso del sepolcro, vede Catalina vestita di bianco come una sposa.
Si tratta, appunto, di un’allucinazione, poiché la figura della donna, tornata viva per un istante, altri non è che il vendicativo fratello Riccardo, che spara un colpo di fucile ad Alejandro e lo richiude per sempre nella tomba con   l’amata.

 

Jorge Mistral e Irasema Dilian,  Abismos de pasion o Cumbres Borrascosas

Da visitare:

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