Laurence Olivier e Merle Oberon,
La voce nella tempesta
Vita e morte, amore
e odio, storie tormentate o impossibili, passioni
fatali e aspirazioni ad esistenze normali,
disperazioni e vendette, ricerca di purezza, sogni,
illusioni, il passato che ritorna allucinatorio in
sembianza di fantasma, punizioni crudeli,
redenzioni, rinascite, eccesso di sentimenti, nella
gioia e nel dolore: furono questi, sia in
letteratura che a teatro o al cinema, sempre
descritti a forti tinte, spesso in sospensione fra
romanticismo e spiritualità, i temi del melodramma,
il cui elemento costitutivo, come affermato dallo
studioso Denis De Rougemont, fu sempre l’impedimento
amoroso.
Il melodramma cinematografico ha spesso prediletto
la trasposizione di opere letterarie che sostenessero
una concezione ultraromantica dell’amore, con storie
di autodistruzione dove, in inscindibile binomio,
fossero legati eros e thanatos, ambientate in
scenari aspri, selvaggi, cupi e primordiali, in cui
gli elementi naturali si scatenassero con furia in
metaforica rappresentazione delle bufere suscitate
dalle passioni negli animi degli esseri umani, per
questo non poteva non amare il malinconico e
travolgentemente passionale romanzo Wuthering
Heights di Emily Brontë.
Variamente
interpretato dai registi, la prima versione
cinematografica di Cime tempestose
risale al 1920, ed era interpretato da Milton Rosmer
e Annie Trevor, cui seguirono le due più famose
edizioni di William Wyler e di Luis Buñuel e quelle
di Robert Fuest e di Jacques Rivette, e persino
un’edizione interamente dedicata alle sorelle Brontë,
nel 1943, intitolata Devotion, del regista Curtis Bernhardt,
con Ida Lupino e
Olivia de Havilland, in cui le due famose attrici
incarnavano alla perfezione le inquietudini delle
sorelle prima di divenire scrittrici.
La versione più famosa resta, naturalmente, quella
del 1939, di William Wyler, chiamata La voce
nella tempesta, sostenuta dalla straziante
interpretazione di Laurence Olivier e Merle Oberon,
da David Niven e Flora Robson, e dalla fotografia
dell’ottimo Gregg Toland, probabilmente il miglior
fotografo del cinema americano del tempo, che seppe
riprendere in maniera così eccellente l’affascinante
paesaggio inquietante della brughiera da meritare
l’Oscar.
Laurence Olivier, attore shakesperiano narcisista e
vitale, che ha lasciato un’impronta indelebile sia
nel teatro inglese che nel cinema, dimostrando
grande disponibilità e versatilità in tutti i ruoli,
in cui sempre giganteggiò, fu perfetto nel ruolo di Heathcliff, selvaggio e tenebroso come l’atmosfera
romantica del film e della vecchia casa dove, ormai
anziano, era ossessionato dalla voce e dalla visione
del fantasma di Cathy che ancora lo cercava e con il quale, nell’edulcorato finale, si allontanava tra il
vento e la bufera; altrettanto perfetta fu Merle Oberon, preferita dal regista a Vivien Leigh, nel
ruolo dell’appassionata e capricciosa Cathy, che
sposava Linton ma continuava ad amare, fino alla
morte, ed oltre, Heathcliff.
Anche i surrealisti, per i quali l’amore era
considerato una forza unificatrice oltre i limiti e
i confini, che spingeva verso l’estrema soluzione
della morte, amarono questo romanzo, e fu il regista
Luis Buñuel ad operarne la trasposizione
cinematografica, nel 1953, con il titolo
Abismos de pasion o Cumbres Borrascosas;
i protagonisti furono Jorge Mistral e Irasema Dilian
nei ruoli di Alejandro e Catalina presi da una
grande passione, con lei che cercava un amore più
sereno e normale.
Pur esaltando la follia dell’amore, questa pellicola
è incline agli aspetti più violenti e passionali
della vicenda e ne travalica decisamente lo spirito
romantico per collocarsi in una dimensione, appunto,
surrealista, oltre il tempo e lo spazio, anche se è
ambientata in un’epoca e in luogo precisi: il
Messico dei giorni di Buñuel.
Tra scene oniriche e crudo realismo tipiche del
regista, come i coltelli arrotati, la mosca lanciata
al ragno, i rospi brutalmente gettati nel fuoco dal
servo, il grugnito lamentevole del maiale condotto
al supplizio, è presente anche qui il melodrammatico
binomio amore-morte, culminante nell’allucinante
sequenza finale in cui Alejandro, dopo la morte di
Catalina, grida disperato nella tormenta e, di
notte, ritorna nel cimitero, scoperchia la tomba e
penetra nel sarcofago per baciare ancora una volta
la sua donna, ma, scosso da un improvviso rumore, si
volta e, all’ingresso del sepolcro, vede Catalina
vestita di bianco come una sposa.
Si tratta, appunto, di un’allucinazione, poiché la
figura della donna, tornata viva per un istante,
altri non è che il vendicativo fratello Riccardo,
che spara un colpo di fucile ad Alejandro e lo
richiude per sempre nella tomba con l’amata.
