Angela Diana Di Francesca

Racconti

 

SEMIDEI

 

Loro, i semidei. Li guardo, ogni giorno, attraverso i vetri della finestra  e più ancora attraverso la lente rivelatrice del mio desiderio e della mia rabbia.
Hanno le scarpe da basket, alte alla caviglia; nella mia mente le visualizzo, mi rappresento ogni gesto per infilarle e allacciarle. Allento i lacci, li pareggio tirando un po’ l’uno un po’ l’altro, stringo forte, faccio il nodo. E poi visualizzo la tuta, con l’elastico in vita, ai polsi, alle caviglie; alla fine sono anch’io vestito così, e sul davanti della tuta la scritta Boston University, anch’io pronto per la partita, ma non per giocare. Non ancora. Ora, vivo nella vita degli altri, dentro gli altri. La mia immaginazione, esercitata in anni di esclusione e di rinuncia, è diventata un senso in più, anzi, il punto di coordinamento dei miei sensi.
Io indosso il giubbotto nero, tiro su la cerniera, ascoltandone il rumore familiare, consueto. Prendo il casco, lo sento fra le mie mani, ne sento la compattezza lucida, l’odore, il colore. Metto in moto e sfreccio via, vedo coi loro occhi la strada, la gente, gl’incroci, e sento col mio cervello il vento, la prospettiva della strada che si apre e si avvicina, la gioia inesprimibile di un benessere fisico, la mente che si acquieta in questa sensazione come in un mare tranquillo.
Chi entra nella stanza mi vede immobile, apatico, assente. Ma non è vero. Aspetto. Con odio, con pena, con invidia, con rancore, aspetto che tutto questo finisca.
Sono in lista per il trapianto. Uno dei semidei avrà un incidente, e questa volta chiameranno me.
Loro si credono immortali.Non hanno motivo di non crederlo. Non si sono mai confrontati con il dolore, la malattia, la paura. Non conoscono l’odore degli ospedali, delle sale d’aspetto, non hanno mai visto nessuno dei quadri che il famoso professore espone in quelle stanze, i quadri mostruosi su  cui si è fissato, si è sovrapposto come una vischiosa ragnatela, lo sguardo di centinaia di occhi che non hanno veduto forma né colore, nulla oltre l’angoscia e l’attesa.
Semidei. La vita non li ha mai traditi, ed è questo il segno della loro natura che partecipa del divino. Non c’è niente in comune tra loro e una sedia a rotelle, tra loro e un letto d’ospedale. Quelli che scoprono di colpo questa realtà, il doloroso miracolo, spariscono dall’Olimpo, precipitati nella valle buia dove Silenzio e Ricordo, i mastini del tempo, fanno buona guardia coi loro denti aguzzi. E così, ciò che accade di continuo non è mai accaduto.
Io conosco la realtà per intero, niente della vita mi è estraneo. Non giocherò la roulette russa ai semafori, non percorrerò in controsenso l’autostrada, non mi stordirò di musica e di crack. Conosco tutti i nascondigli della morte, e non ho voglia di stanarla.
La caccia per me è ancora da iniziare, e l’emozione è il vento nella faccia, il sole sulla pelle, le tracce da mischiare e confondere per prolungare l’avventura.
Loro non hanno immaginazione. Vivono un tempo tutto fisico, pieno di impegni senza importanza, di giochi senza regole, di incontri senza conseguenze, e la loro mente non sa soffermarsi in nulla che non sia presente e reale. Sono bloccati in loro stessi, incapaci di entrare in altre vite. Loro non saprebbero entrare in me, e sedere con me in questa  poltrona, e far muovere la penna sul foglio, con me, e con me guardare attraverso il vetro spiando le mosse dei miei pensieri. Non saprebbero neppure provare pena per me, saprebbero soltanto negarmi, negare il mio diritto di soffrire e di esistere. Ma un giorno questa impossibile comunione avverrà ugualmente. In un rito senza sacralità, riceverò il crisma della loro essenza divina.
Allora potrò ricongiungermi a me stesso, nella corsa sulla spiaggia, o in un sentiero di montagna, o nel campo da basket.
Eseguirò, coincidendo infine col mio desiderio, i gesti mille volte provati.
Comprerò una moto, il giubbotto nero con la cerniera, il casco blu e rosso.
La caccia inizierà, anche per me.Lunga, cauta, piena di regole.
Mi aspetteranno invano, là, dietro i vetri.

 

NOTTURNO

 

“Rip the lark/and you’ll find the music…”
Divina Dickinson. Non c’è altro, dopo Leopardi. Mi ricordo di prima, quando nessuno sapeva niente di me. Leggevo tutti quei saggi su Leopardi. Aveva scritto poesie, e così esisteva. Per secoli lettori e studiosi avrebbero risposto alla sua ricerca di comunicazione, di contatto.
Leopardi amava la luna e il gelato. Leopardi era un uomo comune, un uomo normale. Era un uomo incapace di avere una donna. E’ sgradevole a vedersi, e si lava poco. E’ un ragazzo che non tollera di toccare un coltello. E’ un bambino che traduce dal greco. La biblioteca è scura, la casa è scura, e per assuefarsi al buio bisogna acquistare occhi da uccello notturno, e l’orientamento sghembo del pipistrello. L’amicizia con Ranieri, forse omosessuale. Il conte Monaldo non ha tempo, Adelaide non lo abbraccia mai. E la mancanza di fisicità, l’assenza di rapporto col corpo, contraddistingue ogni sua esperienza, risolve in frustrante astrazione ogni evento, anche il più passionale e concreto. Ma ora forse sto parlando di me.
“Or poserai per sempre/stanco mio cor…Disprezza/te, la natura il brutto/poter che ascoso a comun danno impera…”
Ho provato disprezzo, sì, di me stesso per aver avuto speranza, fiducia. Per aver offerto alla loro insensibilità onnivora i miei ricordi, le mie confessioni. Il mio slancio, il mio stupore. Ho provato vergogna come di essermi denudato di fronte a una donna indifferente –peggio, pronta a ridere di me.
Le sue labbra, piene e volgari, rosse lucide di scherno. Il lenzuolo spiegazzato e una macchia bruna sulla tappezzeria. Io non sono, io non voglio essere qui. Io odio, come odiano le rose vermiglie nel vaso di cristallo, a splendere e soffocare, nei loro petali carnosi l’urlo rosso di un insulto, il velluto il contatto la carezza il brivido il velluto, il palco del teatro, fuori, io sono fuori, sono la fioraia con lo scialle grigio, le rose nel suo cesto prima del cristallo, la fioraia che vende le spine, i miei occhi sono i suoi occhi e io so che mi odia, perché lei è il fiore prigioniero, ti odia, con sprezzo guarda le tue scarpe lucide, poche monete per un mazzo di spine. Che cosa poteva importarti del trapezista vestito d’oro nel vecchio circo sghangherato, delle sue braccia aperte di contro al soffitto grigio, il volo dell’angelo nel cielo chiuso soffocante, i suoi occhi bistrati spalancati a guardare in faccia il sogno. Io, però, l’ho seguito al ritmo di una musica ambigua, perché non ho incontrato nessuno capace come lui di disperdere con un solo ampio gesto il puzzo di letame e di segatura che emana dalla gabbia della viota comune.
E’ una casa, una casa piccola nella gola di monti come un quadretto naif. La vita comune è una casa con un cortile piccolo e io scivolo giù in caduta libera, in picchiata, libero, sono libero io, sono il falco io adesso, in verticale dentro la gola stretta di montagne, vedo con gli occhi del falco, in soggettiva, giù, giù, e ho gli artigli invece delle dita, non posso scrivere più, sono libero ora, voglio anch’io la casa, il cortile piccolo. Io sono un uomo normale, compro il pane, faccio il caffè, scambio due parole col macellaio, col farmacista. Non ho più bisogno di piacerti, ho diritto a non dover piacere, nessuno conosce nessuno, nessuno ama nessuno. Io non ho più bisogno di piacere, di amore. Chiamate amore la squallida trappola della natura, il costruito istinto senza passione, la grottesca bestialità che profana la tenerezza implume della notte.
“La parola è la rete per prendere i pensieri

O pescatore, la tempesta le tue reti ha strappato

Più non porterò la mia barca sul mare,

la mia rete non voglio riparare

La mia barca nella sabbia incagliata

Più non si chiama Sirena, si chiama Medusa”

Così ho potuto raggiungervi. Voi no, non mi avete raggiunto; ma ora mi cercate. Quando toccò a me nascondermi, continuaste il vostro gioco senza accorgervi neppure della mia assenza. Vi ho attirato, adescato con gl’indizi umilianti della mansuetudine e del sorriso. Giocavate bene anche senza di me. Ora sono il padrone del gioco e mi cercherete e mi inseguirete fino a trovarmi come io ho trovato voi. Io che ho abitato vicino alla vostra porta. Non abbassavate la serranda e la luce delle vostre stanze col suo bagliore feriva le mie pupille di schiavo abituato alle tenebre della miniera. Voi guardate dalla finestra la strada buia, e il buio conferma la luce, il calore della stanza.
Ma non avete mai pensato come muta la prospettiva quando gli sguardi s’incrociano, e non avete visto dal buio della strada la finestra illuminata, le figure che si muovono come in un acquario, i colori della stanza e i vestiti e la provocazione di quel richiamo, l’esclusione dalla luce è l’evento che spegne la luce-
Bella era, era bella la ninfa dai capelli di miele, finchè la vidi nel pulviscolo del plenilunio, finchè la lampada non scoprì nella prospettiva verso l’alto il segreto di ombre aggrovigliate, finchè le labbra divennero più piene e gli occhi più scuri, e così diversa da mia madre col lume acceso quando le ombre su di lei, su lei tracciavano i chiaroscuri del mistero e in atto di sorpresa e di rimprovero accanto al mio letto “Non dormi?” passava velando il lume con la rosea mano, un fascio di buio è per gli angoli di dentro, la falsa immagine il doppio, il negativo da non sviluppare.
Nella solitudine del buio, la luce nemica. La luce da spegnere, il dolore. Ho cercato di condividere il mio dolore. Per esistere, perché il mio dolore esista. Io voglio sapere se ci sei. Non  quando ti estranei a te stesso, non quando ridi e chiacchieri e ti travesti o interpreti un’espressione più volte provata. Io voglio il viso vero che hai, voglio la verità e non la menzogna, voglio la tua faccia e non la maschera, voglio sapere chi sei, se ci sei, se sei vero. Io ci sono, guardami. Guardami!
Nella notte che continua, un’onda buia si rifrange all’infinito.
Qualcuno mi verrà incontro. Inconsapevolmente cercandomi, per specchiarsi nel più profondo dei laghi.
Vorrei che fosse stato diverso il mio incontro con la  notte.
Ha due facce la notte.
Leopardi le conosceva entrambe. Ma lui aveva la parola, il Verbo.
Il suo inno al dio assiro del Male, mai finito.
Sì, il suo inno incompiuto. Io lo conosco.
Ma non voglio più spiegare, parlare.
Non riparerò le mie reti. Sono un cacciatore, ora..
La luna è così bianca, così immobile, sospesa.
Non c’è strada per me, solo il sentiero d’argento e di ghiaccio.Dall’aria che mi soffoca, riemergerò a respirare la profondità del buio.
Eros o Thanatos. A vacuo natura abhorret. Non c’è nulla tra Eros e Thanatos.
“Squarcia l’allodola/e troverai la musica…”