Francesca Santucci

Adele H

di François Truffaut

 

François Truffaut disse: Mi piacciono le storie normali, ma c’è anche una traccia di melodramma nei miei films. Oggi più nessuno osa amare Dickens, oppure I miserabili.
Ed infatti nelle sue opere torna a rivivere, pur se rielaborato, arrivando a toccare vette narrative e stilistiche intense, come nel caso del suo L’histoire d’Adèle H, del 1975, proprio il melodramma.
La storia di Adèle, misconosciuta figlia di Victor Hugo, storia d’amore e d’avventura, ha come interprete della protagonista una giovanissima Isabelle Adjani, che il regista aveva visto in televisione e subito fortemente voluto per il suo film:…ho voluto girare con lei molto velocemente, in fretta, poiché pensavo di potere, filmandola, rubarle delle cose preziose come, per esempio, tutto quello che accade ad un corpo e ad un viso in piena trasformazione.
La sceneggiatura fu tratta dalla biografia di Adèle curata da Miss Frances Vernon Guille, una studiosa americana che, nel 1955, aveva scoperto due volumi del diario della figlia di Hugo in una libreria di New York, ma Truffaut si discostò dalla storia vera in diversi punti, contribuendo ad aumentare il fascino della vicenda.
Il film è il racconto di una storia d’amore finita e del sentimento ossessivo che spinge la ragazza ad attraversare gli oceani pur di riconquistare il fatuo (ma Si può amare qualcuno sapendo che tutto è spregevole di lui) tenente Pinson, che non l’ama più e la respinge.
Adèle, guidata dall’idea fissa del matrimonio, in bisogno di una riconquistata normalità dopo l’abbandono della casa paterna, pur consapevole che ormai l’uomo non nutre più alcun interesse per lei, lo cerca, gli si offre, si dispera.

Mossa continuamente dall’amore, in completa sottomissione di se stessa, non esita a ricorrere alla finzione, al ricatto, alla menzogna, e più lui la rifiuta e più il rifiuto alimenta l’ostinato desiderio, fino ad arrivare all’esplosione della malattia, prima la polmonite, poi l’oscuro e simbolico male agli occhi, infine la follia.
Ma "L’histoire di Adèle" non è solo una storia d’amore a senso unico, qualcosa di simile a un brano musicale per un solo strumento, come sostenne Truffaut, è anche la ricerca di una propria identità, di una figlia in fuga da un padre ingombrante ed estraneo, Victor Hugo (che nel film non compare mai ma che è sempre presente nelle allusioni, nei dialoghi, nei ricordi), che le preferisce l’affetto d’un 'altra figlia, la prediletta Leopoldine, e con il quale l’ unico punto di contatto, simbolicamente incestuoso, è la passione per la scrittura: i libri di Hugo, le lettere e i diari di Adèle.
Infine la ragazza si distaccherà sia da Pinson che dal padre, rifugiandosi nella solitudine più estrema, ponendo tra sé e le figure amate/odiate un abisso incolmabile: la follia.
Morirà a 85 anni, in estrema solitudine, in una casa di cura per malati di mente.
Nel film, complesso e problematico come tutti quelli di Truffaut, incentrato soprattutto sulla protagonista, ricco d’intensi primi piani, volti a sottolineare il bellissimo viso dell’ Adjani, naturalmente dotato di diverse sfumature di colore (come la pelle rosea, gli occhi blu e i capelli castani) tanto che fu definito un film sul viso, sono sempre incombenti l’atmosfera notturna, il buio, il silenzio e la morte (che compare anche nella scena finale con l’immagine delle due tombe di Adèle e del padre); proprio per quest’atmosfera Truffaut venne definito il poeta del melodramma crepuscolare.

Francesca Santucci (19.10.2001)